El mondo più caro - foto

Didascalie: L'arco del Sergi a Pola, oggi (diapositiva di Fulvio Monai) Torre dell'orologio a Rovigno d'Istria, oggi Panorama di Rovigno d'Istria (diapositive di Falvio Monai) La città è spenta vista dalla sommità di Monte Ghiro, lo sguardo abbraccia il paesaggio circostante, tutto sa di addio, di abbandono; lo specchio di mare che è sotto il colle ha un impercettibile moto. Soltanto il sole segue il suo arco celeste e fuga le ombre alle nostre spalle. Lungo il pendio s'intravede il campanile di Dignano d'Istria, che s'illumina di una luce quasi spenta. Gallesano è l'umile vicina che sta fra le pieghe delle vigne e degli ulivi discendenti verso il mare. La strada segue il lastricato che porta come voli ai campi e prati, sin che non giunge a lambire il colle di Monte Ghiro e poi si scorgono le vie della città che portano al centro. Davanti a noi il porto della città che a forma ovale si protende verso occidente e le sue sponde che l'accerchiano si interrompono formando la bocca d'uscita. Val di Figo, sotto il colle che regge il Forte Musil, da una parte; Punta Cristo dall'altra. Dai poggi affacciantisi sulla sponda meridionale si profilano le case dei sobborghi; sono dell'area dell'Arsenale che si estende lungo le banchine e moli. Nella sponda opposta biancheggiano le rocce e si profilano le vecchie fortificazioni simulate da ciuffi di alberi e pini. Galleggiano sull'acqua quieta del porto: Scoglio Olivi, Santa Caterina e l'isoletta S. Andrea; la vegetazione di questa è tutta grovigli di ginestre e bossi, contornata da esili cipressi. Lo scoglio San Pietro dorme il sonno freddo dei forni spenti nel grigiore della marna che mista con la bauxite delle cave dell'Istria, da il ben noto cemento speciale. Nel mezzo dell'ellittico specchio marino è situato lo Scoglio Olivi, ormai muto dei carrelli scorrevoli sui cavi aerei, muto di stridori e di rombi nelle sparse officine, deserto di scafi nei bacini; deserto nelle maestranze. Vallelunga, immenso lido di polveriera, con sagome di terra come sarcofaghi umani, nel più pauroso abbandono. Non c'è chi vigili quel materiale e depositi di ordigni che sono stati adoperati per creare la morte. Punta Cristo protesa sul mare aperto; un tempo, mastino pronto all'offesa ove una minaccia si presentasse. Di fronte Capo Compare; presso Val de Figo che non manda più i suoi raggi intermittenti d'avviso ai naviganti. Vergarolla, piccola valle contornata da pendii, fra i lauri e i pini che cingono la bella baia ove un gran silenzio sovrasta tutto intorno; tutto è immobile come le bianche pietre che qua e là spuntano dal suolo arido. La chiesa della Madonna del Mare, fasciata nella sua solennità con liste di marmo bianco e rosato, tutta protesa sul poggio di lauri, e l'angolo dorato della cuspide bizantina che la sovrasta verso un prodigioso richiamo celeste. Tutto ciò che fu operosità opulenta e piena di fervore, ora giace nella rigidità lapidea. Vive e vivrà sempre il mare splendido argenteo-azzurro, rocce amiche e care di ricordi giovanili. Il porto di Veruda silenzioso e quieto che invita alla meditazione. Saccorgiana, in faccia al mare ampio e lucente, quando l'astro è prossimo al tramonto dove i raggi incidono l'immensa superficie che brilla come una scia luminosa. Lungo tutte le frastagliate coste bagnate da un'azzurrità stemperata nel rosa di cui la natura subii-ma tutta l'ampiezza marina, fra conche e cavità calcaree, sotto i massi corrosi e sconnessi, c'è un lento spumeggio che ha parvenza di raggi dorati. I promontori rigogliosi della cupa vegetazione che sormonta l'accidentato paesaggio nostrano mostrano le bellezze naturali che Iddio ha dato agli uomini, bellezze di terra natia, che degli uomini hanno tolto ai propri fratelli costringendoli all'esilio. A cura di Virgilio Salamon

Dal numero 2320

del 17/12/1983

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