Storie di un esodo Fra desolazione e sofferenza - Anna De Angelini Dobrilla - foto

- foto Didascalia:Esuli di Pola sul «Toscana» in una immagine su «Gente» del 1960 per il «più grande esodo della nostra storia»; è per quel lancinante dramma umano che Maria Pasquinelli esplose il 10 febbraio 1947 i colpi di pistola che vollero raccogliere in un gesto di violenta reazione le lacrime d'una popolazione innocente costretta dal terrore ad abbandonare le cose più care Mi riferisco ai diversi articoli apparsi sul giornale «L'Arena» con i quali alcuni compaesani hanno descritto la storia del loro esodo. La loro lettura mi ha commossa a tal punto che, riportandomi indietro nel tempo, mi ha fatto rivivere quei tristi momenti e mi ha invogliato a narrare anche la mia esperienza. Era il giorno 27 febbraio 1947. La nave «Toscana» imbarcava il IV scaglione. fra cui eravamo io, mio marito ed i miei tre figli. Il viaggio per mare fu tremendo. Ricordo che eravamo tutti stipati, il mare era mosso ed io dovetti stare per tutto il tempo in coperta, perché avevo la nausea. Quelle ore furono eterne. Sembrava non si dovesse mai arrivare a terra ed io soffrivo ancora di più per il pensiero che mio marito era giù ad occuparsi da solo dei bambini. Finalmente arrivammo ad Ancona, dove facemmo una breve sosta. Poi, proseguimmo in treno per Firenze. Prima di salire sul convoglio ci fecero prendere a ciascuno una balla di paglia che dovemmo riporre, alla meglio, nel carro bestiame e lì dovemmo salire. Il nostro viaggio fu accompagnato dai lamenti e dal rumore degli animali e penso proprio che fummo scambiati per bestie, perché nemmeno il ferroviere che chiuse il portello del nostro vagone ci disse nulla e non aprì se non all'arrivo a Firenze ed a tutte le stazioni in cui il convoglio si fermava per rifornimenti 'il nostro vagone non era nemmeno preso in considerazione. Passammo una notte bestiale. Il mio bambino più piccolo aveva allora 22 mesi; si svegliava piangendo per la sete ed io non potevo aiutarlo in alcuna maniera. Eravamo al buio pesto, immersi nell'oscurità, tutti appiccicati; udivamo solo i lamenti delle bestie ed il loro acre odore stomachevole che aveva impregnato tutta l'aria. Arrivammo a Firenze a mattino inoltrato; scendemmo distrutti dal viaggio con ancora addosso le tracce della paglia che ci era servita per giaciglio. Eravamo disperati, non sapevamo cosa fare, nè dove andare e non vi era un cane ad aiutarci. Si doveva pensare ad una sistemazione. Grosse lacrime mi cominciarono a cadere per l'angoscia, quando si avvicinò, dopo non so quanto tempo, qualcuno che si presentò come quello «del Comitato profughi». Fummo accompagnati nel centro di Firenze e sistemati in una ex-fabbrica di tabacchi, già tutta occupata da altri esuli. Le nostre reti .per dormire furono sistemate in mezzo ai corridoi. Un tetto lo avevamo, ma si può comprendere lo strazio ed i pianti che ho fatto. In quelle condizioni, poiché ero sul 'passaggio, dovevo stare sempre vestita. Mio marito, già sofferente, si aggravò e si ammalò pure il più piccolo dei miei figli. Il dottore che riuscii ad interpellare mi assicurò che il bambino sarebbe guarito solo se fosse tornato a respirare aria nativa. Non mi restava altra scelta, prima che fosse stato troppo tardi, che riportarlo a Rovigno dove era nato e dove, fortunatamente, avevo ancora una sorella. Ella lo prese con sè e lo curò, prima del male per cui era tornato là e poi anche del grup, che gli venne fuori in un secondo tempo. Il mio pensiero era sempre là con il mio bambino e soffrivo pensando che laggiù mancavano anche le cose più indispensabili. Da come scriveva mia sorella si dovevano arrangiare parecchio con la polenta ed il pane lo potevano trovare solo in qualche casa di contadini. Ogni tanto, quando potevo, inviavo loro dei pacchi senza valore, contenenti pane ed altre cose, pensando così di essere più vicina ai miei cari. Lo lasciai là fino a che non si cominciò a ventilare che avrebbero chiuso le frontiere. Allora scrissi a mia sorella che lo venisse a portare a Trieste dove mi sarei recata per aspettarlo. Ella pensando vi fosse più tempo e forse anche perché supponeva che non avrebbero fatto caso ad un bimbo di appena due anni, temporeggiò e quando si decise le frontiere erano già chiuse. I partigiani non lo vollero far passare ed a nulla valsero le proteste e le indignazioni di mia sorella. Allora ideò di trasportarlo a mezzo di una delle barche che facevano la spola tra le due zone. Così mi scrisse di recarmi a Trieste, dove le imbarcazioni si fermavano ed aspettare lì il piccolo. Passai 15 giorni in quella città e tutti i giorni ero al molo in attesa e del mio bambino nemmeno l'ombra; tutte le volte tornavo indietro piangendo. Seppi poi che anche questo tentativo era fallito. Il piccolo era stato imbarcato, ma ad Isola la finanza jugoslava lo aveva scoperto e lo aveva rimandato indietro. Mia sorella non sapeva più come fare; in un certo senso si sentiva in colpa per non averlo rimandato indietro in tempo. Non si perse d'animo e dopo qualche giorno supplicò, dopo avergli raccontato la storia del piccolo, un diplomatico jugoslavo, che sapeva avrebbe dovuto passare le frontiere, di condurlo con sé. Ma nemmeno lui riuscì nello scopo e dovette lasciare il bimbo in custodia ad una famiglia del posto di frontiera, con l'assicurazione che si sarebbe preoccupata di riportarlo indietro. Dopo qualche giorno il bambino fu messo su una corriera, affidato al conducente e riportato da mia sorella che, preoccupata ed avvilita, rivide il piccolo tutto piangente e talmente spaurito che dallo shock non riusciva più a parlare. Fu solamente dopo che furono riaperte le frontiere che potei riabbracciare mio figlio e passò molto tempo prima che egli si potesse riprendere dalla triste avventura. Nel frattempo, passato un anno che eravamo a Firenze, morì mio marito, senza neppure avere la gioia di poter rivedere suo figlio. Rimasi così sola, lontana dai parenti, fuori di casa e con tre figli a cui pensare, senza alcun aiuto e comprensione dalla gente del luogo che avrebbe dovuto ospitarci, con solo le spalle per lavorare e una gran forza di volontà per tirare avanti. Nononstante tutto sono riuscita a superare tante traversie, a sistemare i figli ed oggi posso dire di essere contenta. Anche se in modo un pò sconclusionato, ho potuto esprimere i miei tormenti comuni anche ad altri articolisti dell'Arena che più o meno hanno vissuto lo stesso triste esodo. Anna De Angelini Dobrilla

Dal numero 2253

del 14/08/1982

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