D’estate, fin dai miei primissimi anni, tutti i pomeriggi, tranne sabato e domenica, mamma mi accompagnava al mare. Prendevamo la corriera fino a Valcane e poi, a piedi, raggiungevamo la nostra meta: Stoia. Quando, più grandicello, ero in età, scolare mamma approfittava, anzi, di questa passeggiata per ripassare, assieme a me, le lezioni e le poesie delle vacanze. A Stoia, da giugno a tutto settembre, avevamo a disposizione una delle candide cabine in muratura che, col bar-ristorante, la terrazza con la torretta, r ampia vasca di sabbia per i pin piccini, il trampolino a pin piani, il deposito per i sandolini, la vasta pineta, tra i cui pini si potevano stendere le amache, mare trasparente e incontaminato in cui guizzavano pesci di ogni specie, formavano un Complesso balneare unico e irripetibile. Ed e ii1 questo paradiso che ho imparato a nuotare fin da piccolissimo. Ed e la foto scattata sulla terrazza dello stabilimento che mi riporta alla memoria i tanti pomeriggi trascorsi con i cugini a Stoia, mentre le nostre mamme se la raccontavano all'ombra della pineta. Meta mattutina di passeggiate con mamma, come pure nei pomeriggi in cui, trascorsa oramai l' estate, non si andava pin a fare i bagni, erano principalmente la Riva, il Mercato e Monte Ghiro. Si passeggiava lungo la riva della zona vicino alla stazione ferroviaria fino al limite dell' arsenale marittimo e del porto militare, passando davanti alla Fabbrica Tabacchi, al Duomo, al palazzo dell'Ammiragliato, Si percorrevano i moli da tin capo all'altro. Ammiravo le navi di varia stazza ormeggiate nel porto commerciale con tin interesse particolare rivolto ai bragozzi che avevano appena scaricato le primizie provenienti dagli orti chioggiotti. Ricordo di quella volta che, avevo allora un paio d'anni, sfuggendo per un istante al controllo mamma, salii la passerella di attracco della motonave in servizio di Linea tra la citta e incantevole isola di Brioni - sempre tanto decantata da mamma per le sue bellezze naturali e la ricca fauna che vi si poteva incontrare - e da li, sotto lo sguardo; forse ui1 po' corrucciato ma nel contempo divertito del capitano, emisi un getto di innocente pipi verso il mare. Mercato coperto in piazza Verdi era pure per me forte di grande interesse. Mi divertiva seguire mamma tra i banchi del salone superiore mentre sceglieva le buone core che poi, da brava cuoca, ci avrebbe servito a tavola. mio interesse saliva quando, scesi al piano inferiore ed entrati nella pescheria, mamma cominciava a scegliere il pesce. Orate, branzini, angusigole, sardelle, sgombri, barboni, molluschi e quant'altro finivano sotto il suo sguardo competente ed era festa per me soprattutto quando infilava nella bonsa a rete qualche rossa gransievola con la antenne e le zampe in movimento che uscivano dai buchi della rete. "In mancansa dei gransi se bone anche le sate" diceva papa quando a tavola dava colpo di grazia all’ultima chela. Monte Ghiro, altra meta di passeggiate, anche se, per tin certo verso, particolari. Costeggiando un'ampia pineta la strada in salita ci portava, infatti, alla cima ove c'era (c'è ancora) il Cimitero maggiore e le nostre passeggiate si concludevan o sempre con una visita alle tombe e dei cari defunti. Ci soffermavamo in particolare a depositare tin mazzo di fiori nella parte vecchia del Cimitero, davanti alle tom-be monumentali in cui niposavano i defunti delle famiglie dei miei nonni paterni, mentre nel "cimitero nuovo" incontravamo la tomba che ospitava la nonna materna. Certo, si passeggiava anche per il centro Dal Mercato coperto, fatti due passi, raggiungevamo spesso, in piazza Verdi, la farinacia di zio Lino che non mi faceva mai mancare le gustose "sidele de altea" e, sull'angolo, li di fronte, c'era l’abitazione di zia Lidia grazie ai cui buoni uffici ero riuscito ad ottenere l' ambito autografo di Alida Valli, allora ancora motto giovane ma gia attrice famosa, che in quel periodo soggiornava nella stessa casa di zia, al piano superiore. Salendo verso Monte Zaro andavamo a dare un saluto a zia Ida, moglie di un fratello di nonna Antonia, Giacomo, capostipite di una lunga serie di farmacisti in famiglia, con laurea conseguita in Austria e rinomata farmacia in Corso. Si diava uno sguardo alla Specola poi, scendendo, si passava davanti al Politeama Ciscutti, al Casino Marina, vicino al nuovo Palazzo delle Poste e Telegrafi e al Tribunale, poi ci si dirigeva verso i Giardini di largo Oberdan e da li a Port'Aurea passando sotto l'Arco dei Sergi. Si percorreva via Sergia, nostro Corso, non dimenticando una puntatina alla chiesetta della Madonna della Misericordia, a meta della via, all'altezza di piazza Dante Alighieri fino a raggiungere a piazza Foro, col Municipio ed il Tempio d'Augusto sullo sfondo. Da li proseguivamo verso casa facendo talora una puntatina in Duomo per una preghiera. Altre volte ci si recava in centro dirigendoci, dopo essere passati nei pressi della Banca della stazione delle auto corriere, verso Porta Gemina, da qui su verso il Castello, il Teatro Romano, la Biblioteca col Museo e poi di nuovo giù per Porta Ercole, ai Giardini cui seguiva spesso una costa per tin amichevole saluto a zia Rosa nella sua rinomata trattoria "Tedeschi" in piazza Carli. Non voglio poi dimenticare le camminate verso gli altri colli della citta: Monte Castagner, più vicino a casa, o Monte Monvidal o Monte San Michele o Monte Paradiso, questo per ricordare come, al pari di Roma, Pola è citta fondata su sette colli. Nè posso dimenticare Sant'Antonio. Non solo come Santo protettore a cui noi tutti lll famiglia eravamo cosi devoti - tanto che porto sempre al collo la medaglietta con la sua effigie regalatami da mamma - ma anche come chiesa, sede della nostra panrocchia, situata immediatamente alle spalle dell'Arena romana. Imponente, col suo vasto piazzale e la scalinata digradante verso la. Rena, era ben visibile anche dalla riva. Alla chiesa era collegato l'orfanotrofio, gestito dai frati, di cui mi era particolarmente familiare la figura di padre Pel1egrino Noi ragazzini frequentavamo anche teatrino annesso ove, durante gli spettacoli, avevamo modo di incontrare gli orfanelli ospiti e familiarizzare con essi. Ricordo poi, ogni 13 giugno, la Processione che tradizionalmente accompagnava la statua del Santo dalla chiesa di S. Antonio al Duomo con grande seguito di popolo e la presenza dei paggetti che indossavano una livrea di diverso colore a seconda della parrocchia di appartenenza, livrea che ho avuto anche io l'onore di indossare, anche se per una volta sold. Come non ricordare poi, nei paraggi, l'Ospedale provinciale "Santorio Santorio", il Pra' Pisaccia, sul cui terreno incolto noi ragazzini facevamo volare i nostri artigianali aquiloni e giocavamo a calcio con porte improvvisate e palloni di fortuna o, finchè ha resistito, col mio pallone di gomma da pallanuoto. Ed è stato proprio in Pra' che zio Lino, tin tempo abile portiere e jolly del glorioso Grion, un bel giorno ha trasmesso a me, portiere in erba, il suo infallibile segreto per parare i rigori: "resta immobile fino all'ultimo, segui attentamente il piede di chi calcia il pallone e solo all’ultimo tuffati con un colpo di reni". Funzionava, eccome! Non posso nemmmeno dimenticare le picchiate spericolate che, dopo le abbondanti nevicate dei rigidi inverni di quegli anni, con slittini di fortuna ed un buon pizzico di incoscienza, facevamo, noi mularia del quartiere, partendo dall'altezza del teatrino della chiesa di S. Antonio lungo via Stancovich, attraverso via Giovia ove si sistemava qualcuno di noi a far da vigile, costeggiando la serpentina di fianco alla Rena fino a arrivare giù in viale dell'Arena.