foto Didascalia: Dopo essere scampato a tante insidie belliche sul mare, cosi ho rischiato di rimetterci la vita a causa di un autotreno che il 14 ottobre 1959 aveva sfondato il casello daziario di Trieste in cui lavoravo Nel 1957 lavoravo al Comune di Trieste in qualità di netturbino, aggregate a una squadra al prelievo delle immondizie; giravamo on il camion e percorrevamo circa venti chilometri al giorno a vuotare i bottini, che allora erano in ferro. Quando il camion rimaneva in autorimessa percho il motore non funzionava, dovevamo asportare i rifiuti con dei sacchi di tela cerata e trasportarli a spalla fino all'automezzo; e quelle certo erano le giornate più faticose. Un giorno un bottino in ferro mi cascò sul ginocchio, ma continuai a lavorare. Dopo un paio di giorni, però il ginocchio mi si gonfiò; mi accorsi che mi era venuto un ematoma; dovetti farmi vedere dal medico, che mi mandò in clinica per essere operato. Dopo sette giorni fui dimesso, e mi inserirono una cannuccia nel ginocchio leso. il medico mi prescrisse una terapia per linguine, che non dovette però rivelarsi una cura appropriata perché mi procurò un'estesa infiammazione alla coscia e al ginocchio. il dottore, per il peggioramento, mi ricoverò in ospedale; il primario dette disposizioni perchè io fossi operato il giorno dopo. L'intervento fu eseguito dal professor Castellana; dovettero asportarmi il muscolo inguinale per sistemarmi il ginocchio. Dopo quaranta giorni di lotto, il professore mi permise di alzarmi a fu un vero sollievo: pur zoppicante, mi sottoposero a delle sedute sotto la lampada al quarzo e pian piano le mie condizioni andarono migliorando, tanto che, dopo cinquanta giorni dall'operazione, potei essere dimesso. Passarono un po' di mesi; mi presentai all'ufficio Igiene dal professor Lovenati per una visita di controllo; mi guardo accuratamente e mi disse poi di partire per Borgo Valsugana, dove mi ricoverai all'ospedale di San Lorenzo al centro tumori; fui sottoposto ad applicazioni di cobaltoterapia che mi fecero un gran bene alla gamba; dopo un mese ritornai a casa. II Comune m'impiegb provvisoriamente come usciere in Municipio. II direttore Griselli della Nettezza Urbana, vista la gamba menomata, mi promise di sistemarmi, in un modo o nell'altro. E to fete evidentemente perché fui assunto come agente delle Imposte di Consumo. Trascorsi un anno di servizio nei vari posti di blocco periferici. La sfortuna però non aveva ancora deciso di passar la mane nei miei confronti, e ne ebbi la riprova il 14 ottobre del 1959; quando fui coinvolto in un pauroso incidente, che i giornali dell'epoca riportarono con grossi titoli. Quel giorno, facevo servizio al casello di Opicina; iniziai il mio turno alle due del pomeriggio, e il fatto accadde circa ire quarti d'ora dopo. A quell'ora transitava per la strada Tarvisiana, lungo la quale era situato tt casello, un autotreno con rimorchio carico di lamiere; a un certo momento il pesante mezzo aveva avuto un guasto alto sterzo e non era state pin possibile controllarne la corsa. La carreggiata in quel punto era costeggiata da una siepe alta una ventina di centimetri, che correva per sedici metri andando a terminare nello spiazzo in mezzo al quale si ergeva il casello daziario; il camion andò a falciare tutta la siepe, incontrò a un certo punto un pilone di cemento che venne abbattuto, ma frenò cosi in parte l'impeto del bestione che piombò nello spiazzo andando a sventrare letteralmente il casello. Poco prima eravamo in cinque all'interno del casello: io, un altro dipendente e ire impiegati; poi qualcuno aveva lamentato di sentir caldo e i tre impiegati erano usciti all'aperto, lasciando io e il mio collega davanti all'uscio a controllare la strada. Tutto si svolse in pochi attimi: resisi conto del mostro che ci stava piombando addosso, riuscimmo appena ad indietreggiare di qualche passo e ci trovammo sepolti in mezzo alle macerie. Nell'urto, le sponde della motrice avevano ceduto e il carico di lamiere si era riversato a terra; tutta la cabina di guida del camion si era conficcata all'interno del casello, lasciando fortunatamente quasi illesi i due autisti. Gli impiegati, che avevano osservato terrorizzati la scena, corsero a prestarci i primi soccorsi; io e il mio collega venimmo estratti da sotto le macerie. Poco dopo giungeva un'ambulanza; io, che apparivo il più malconcio, fui adagiato sulla barella e il mio collega fu messo seduto. In ospedale fui ricoverato in ortopedia, dove fui subito raggiunto da mia moglie, da altri parenti e da colleghi di lavoro; ere in state di clime ma per fortuna, come rivelarono gli esami, non avevo niente di rotto. Dopo qualche settimana potei lasciare l'ospedale, e curarmi le ferite in ambulatorio. Con comodo andai a fare visita al mio direttore, il signor Iurcotta, e lui s'interessò di mettermi in contatto con l'Assicurazione per il risarcimento dei danni che avevo patito. Dopo lunghe e laboriose trattative si decisero di pagarmi i danni. II direttore in considerazione delle circostanze e soprattutto della buona fama che mi ero fatto, allorche uno dei tre uscieri della direzione andò in pensione, mi incaricò di sostituire costui fino al.1973; in seguito potei beneficiare della legge 336 e mettermi in pensione. Credo di essermela meritata, dati anche gli anni che mi hanno visto per mare, prima sui mercantili e poi, quand'era guerra dappertutto, su motosiluranti e mas. Ciononostante, di questo regalo, io ringrazio lo Stato. Io e l'arte dello scrivere non ci si era mai dati del tu in passato; perciò non mi a state facile prender confidenza con i tasti della macchina per scrivere, ma pian pianino mi sono diventati amici e i fogli bianchi, si sono lasciati riempi re e ne e venuto fuori questo diario. Da 20 anni abito in quel caratteristico scampolo di Trieste che e il rione di San Giovanni. Dal poggiolo del mio quarto piano vedo il Boschetto, e il castello di San Giusto che serve al mio fabbisogno. In sovrappin, l'orizzonte mi offre una pennellata di mare. Alfredo Roma