Foto A poco più di otto chilometri da Pola, in una sicura rada riparata dalle Brioni, la gentile borgata di Fasana allinea le sue case in riva al mare. Ha circa mille abitanti questo porto naturale di Dignano, che stende le sue linde casette di chiari colori sulla spiaggia, ed ha solo qualche sparso casolare nella campagna dell'interno, dove abbondano i pingui olivi e le poche collinette danno un lieve movimento al paesaggio. L'agro più prossimo alla borgata è cosparso di antiche chiesette, mentre lungo la costiera, verso Pola e verso Barbariga e Rovigno, numerosi avanzi di ville romane, cisterne, are e decorazioni funebri testimoniano una vitalità antica e fiorente. A pochi chilometri, il villaggio di Peroi, la antica « Petrorium », è da alcuni secoli popolato da una colonia di greci ortodossi che conservano tuttora i caratteristici costumi dei loro paesi d'origine. Gli abitanti della nostra borgata sul mare sono pescatori e contadini; parecchi operai trovavano impiego nella locale fabbrica di sardine e nella distilleria Marini, molti di più nell'arsenale o nelle altre attività industriali del vicino capoluogo. Compatto centro italiano, Fasana aveva la stia vecchia scuola, recentemente rinnovata in un ampio edificio scolastico; conservava del pari gelosamente qualche suggestiva tradizione, come la ricca fiera dei santi patroni Cosma e Damiano (27 settembre) e la benedizione del mare per il Corpus Domini, il mare pescoso e benefico da cui dipende tanta parte della vita locale. Davanti, quasi a portata di mano oltre lo stretto canale, le Brioni chiudono l'orizzonte ed accolgono il sole al suo tramonto. Sono un gruppo di isole, un tempo ricche di ville e di terme romane, tornate poi nell'abbandono medievale ed arida inospitalità; solo in tempi recenti sono state di nuovo ricoperte di vegetazione, la più varia, anche esotica e tropicale, dotate di grandi alberghi e campi di gioco che le hanno rese un frequentato e lussuoso centro del turismo internazionale. Le origini della borgata sono remote e il luogo fu abitato anche anteriormente all'epoca romana, per la quale i copiosi resti architettonici ci attestano sicuramente la floridezza. « Vasianum » (o « Phasiana i?) faceva parte della quattordicesima centuria dell'agro colonico polese e fu scelta ben presto per le sue splendide tranquille spiagge a sede di ville e di bagni signorili. Abbondano le iscrizioni, di cui un buon numero raccolse conservò Antonio Gnirs nella villa Manerini, che fu dei vescovi di Pola e poi dei Fragiacomo; tra queste è notevole quella in memoria della fanciulla Eufrosina, morta nel fiore degli anni, ed una di omaggio all'imperatore Claudio. Qui il beato Fiore, vescovo di Cittanova, si rifugiò sol, preso da urta tempesta nel viaggio di ritorno dai luoghi santi, qui si costruì una capanna e visse alcun tempo agricoltore e maestro ai vicini (come canta il suo inno medievale). Il « vicus Fasana » nel sec. XII era soggetto, come tante terre dell'agro polese, ai diritti di decima dell'arcivescovo di Ravenna. Un secolo dopo, nel 1243 un Papo de Wasana giurò obbedienza alla Repubblica veneta nell'atto di dedizione. Ancora nel '300 il patriarca di Aquileia annoverava Fasana tra le sue ville, investendone pei diritti di decima la famiglia dei Gionatasi di Pola. Poco più tardi infine l'amministrazione di questi beni patriarchini passò alla Regalia di Dignano, cui rimase in seguito per lunga tratta. Un avvenimento storico di particolare importanza h a luogo nelle acque di Fasana il giorno 5 di maggio del 1379: l'armata genovese guidata da Luciano Doria attacca e sconfigge l'armata veneta di Vettor Pisani, dopo averla costretta ad uscire dal porto di Pola. Fu una battaglia sanguinosa, che vide la morte del valoroso comandante genovese, mentre il Pisani - accusato di viltà - dopo lo scontro fu destituito e con dannato. Del giugno 1512 è invece nientemeno che un tentativo di ricupero marittimo, compiuto da certo Nicolò Manoli detto Sbisao con un vestito da palombaro, col quale egli affermava di poter rimanere sott'acqua « per hore sei senza nocumento»! Negli anni seguenti le pacifiche cronache fasanesi segnalano solo modesti avvenimenti. L'eresia protestante vi ebbe qualche seguace, poichè nel 1591 troviamo tale Giacomo Cinei accusato di luteranesimo. Durante la guerra di Gradisca fu scalo di truppe e di rifornimenti per le operazioni dell'Istria meridionale. Intanto, a differenza della maggior parte della provincia, Fasana andò indenne dal contagio della peste fino al 1631. L'abate Fortunato Olmo ai primi del '600 poteva ancora dirla « luogo fertile, i cui abitatori divengono p i ù vecchi degli altri vicini, sebbene l'aria non è totalmente salubre et patisce di penuria di acqua come tutta questa Regione ». Essa seguì le vicende dell'Istria veneta, ceduta all'Austria dopo Campoformio, passata alla Francia e poi muovamente all'Austria quando tramontò l'astro napoleonico. Nei primi giorni del '48, Fasana fu animata dall'ardente predicazione di un frate del convento di Pirano,. padre Teodoro Fanani, che incitava ad acclamare a Pio IX e alla Italia. Nel marzo poi, dopo la rivoluzione veneziana e la proclamazione della rimata Repubblica, buona parte della flotta austriaca s'era ritirata nel porto di Pola. Un messaggio agli equipaggi di queste navi, che li esorta a far causa comune con la riscossa italiana, viene recato dall'alfiere Luigi Fincati. Egli entra la mattina del 26 marzo con il bragozzo «Il pescatore» nel canale di Fasana: sono con lui dodici marinai veneziani. Ma l'imbarcazione, avvistata dalla riva, mette in sospetto il tenente austriaco Antonio Franck, che si trova in paese per organizzare la guardia nazionale; egli raccoglie dei soldati e assale il bragozzo facendone prigioniero l'equipaggio dopo breve lotta. Fallisce così il generoso tentativo che avrebbe dato in mano a Venezia altre navi austriache, i cui marinai erano certo ben disposti verso la causa nazionale. La bandiera d'Italia viene salutata dalla popolazione festante di Fasana solo il 5 novembre 1918, al giungere delle navi e dei soldati liberatori. All'ombra del tricolore, la borgata vivrà la sua vita operosa fino alla seconda guerra mondiale, quando altri sacrifici ed altri morti non troveranno compenso in una giusta pacco, ma saranno seguiti dall'esodo pressoché totale della sua gente. Le cose d'arte di maggiore interesse, oltre che nel piccolo museo Manerini - i cui cimeli romani e cristiani furono raccolti pazientemente da più generazioni - sono nelle numerose chiese e chiesette. La parrocchiale, dedicata ai Santi protettori della sanità pubblica Cosma e Damiano, fu elevata ad arcipretale nel 1688; essa conserva, attraverso i vari restauri - ultimi quelli del 1908 e quello accurato del 1931 - nobile forme (e tracce d'affreschi) del '500. La facciata semplice a fughe di pietra squadrata, nella quale è rimasta conficcata una palla di cannone francese, è adorna di un bel portale gotico e d'una lapide che ricorda la ricostruzione e l'ampliamento della chiesa avvenuto nel 1541. Della chiesa primitiva ci parlano però un capitello bizantino, usato come sostegno di fanale processionale, un frammento di iscrizione del X secolo con ornati a caratteristici caulicoli ed il campanile romanico. L'interno semplice, a una sola navata, è arricchito da alcune tele di pregevole fattura. Vi trova posto uno dei migliori lavori del facile pittore zaratino Zorzi Ventura, che nella sua bottega di Capodistria ha apprestato tante tele per le chiese istriane: rappresenta l'Ultima cena col I Cristo benedicente, begli scorci e particolari di carattere e costumi locali ed è datato 1598. Altre tele secentesche di scuola veneta rappresentano la Madonna e i Santi patroni e la Madonna con Sant'Antonio di Padova e San Giovannino; l'altar maggiore ha una buona pala con la Resurrezione di Cristo, la Madonna in ginocchio e altri Santi. L'altare della parete destra reca un Crocefisso in legno ed ha accanto un modello di galera, cui va congiunta una antica tradizione. Si narra cioè che una nave turca, riparatasi da una burrasca nella rada, quando volle rimettersi in viaggio col vento favorevole, non riuscisse a staccarsi dal porto. Furono fatti tutti i tentativi e gli scongiuri, ma la galera restava come inchiodata. Finalmente si venne a sapere che tra la ciurma era imbarcato un marinaio cristiano, il quale di nascosto faceva le sue preghiere davanti ad un crocefisso, che egli aveva introdotto all'insaputa di tutti sotto la coperta della nave. Fu invitato allora sulla nave turca il clero del paese, ti quale con ogni onore potè prelevare il crocefisso, che aveva 'scelto a sua dimora la borgata di Fasana da dove non intendeva allontanarsi più. Appena il Cristo fu trasportato in chiesa, la galera potè salpare velocemente, lasciandosi dietro una larga spumeggiante scia. Nella parrocchiale di Fasana resta ancora (incorporata in un nuovo altare secentesco) parte di un altare in legno intagliato, donato alla chiesa dalla Serenissima ; la figurazione con i Misteri del Rosario sembra riferirsi alla battaglia di Lepanto, combattuta e vinta nel giorno della Madonna del Rosario del 1571: in quella occasione la rada di Fasana avrà potuto offrire comodità di preparazione e di raggruppamento alle navi cristiane. Nella parete sinistra della sacrestia appare poi un affresco mutilo di scuola friulana (secolo XVI) con la crocefissione e il pianto delle donne, molto arioso e chiaro. E tornando a rilevare la bontà delle pale d'altare di questa chiesa, comprendiamo che esse costituiscono valori sproporzionati all'importanza del paesetto e sono probabilmente cospicui, lasciti d 'un ma, gnifico donatore riconoscente, forse del rifugio trovato nel, la rada, verso gli abitanti e la modesta chiesa di Fasana. Nell'abitato sono, ancora la chiesa quattrocentesca della Beata Vergine del Carmine, che ha dinnanzi una ampia loggia e conserva nell'interno modesti affreschi e una buona scultura del '400, della Madonna col Bambino, in legno intagliato e policromato. Opere dell'artigianato locale del sec. XVII sono invece il tabernacolo in legno dorato e il San Nicolò dì Bari, pure ligneo, della chiesa del cimitero. Nel territorio sono l'antica chiesa di Sant'Eliseu, di forme rustiche con elementi paleocristiani, e quella diruta di San Lorenzo, già cappella vescovile - passata poi con la villa ai Fragiacomo e ai Manerinì. Dipendono pure da Fasana le belle chiesette dì San Gemiamo, San Rocco e San Germano sulle Isole Brioni, costruite con la pietra pregevole delle locali cave. Non trascurabile è il patrimonio storico e artistico di questa gentile borgata della costa istriana che nel dialetto conserva le vestigia di una remota italianità inni statasi direttamente alla civiltà latina. Il sito e le memorie di Fasana hanno attirato nei secoli attenti visitatori, che parlano ammirati di questa costa; da Fortunato Olmo (1614) al vescovo Gasparo Negri (sec. XVIII), dal Caprin allo Stradner, è un coro di voci concordi nella lode della amena rada, dei pingui oliveti, dei visibili resti di tempi più prosperi. E' un motivo di più perchè la forte gente di Fasana, tanto attaccata al suo luogo natio, si senta orgogliosa della piccola patria, ora che lontana sente cocente il desiderio di tornarvi per vivervi ancora sicura. Sergio Cella