El primo amor ... Me son sveiada presto stamattina e co’ se stà là in leto, cuci-cuci, dandoghe ogni tanto un’ociada a la luce che comincia a filtrar dela finestra, cossa altro se pol far, se no meterse pensar? Comincia passar davanti fati sucessi tanto tempo fa, quei più recenti e ...aihmé ...quei funesti che poderia vignir. Se analizza tuto in quela mesa luce che no disturba, senza le interferenze de quela più violenta che ne circonderà più tardi, co’ se saremo alzadi e el tran-tran quotidiano ne assorbirà completamente. Pensavo stamatina al nostro caro De Simone che no xe più e a quela “sua” Rena ala qual el ghe gaveva dado l’anima, fazendola per tanti anni l’amica più cara che gavevimo. El riceverla ne dava l’impression de essser ancora là a cas nostra, in quel tocheto de tera vizin al mar. Sta “nostra” Rena, cussì popolare, cussì famigliare, cussì sentida. Se se sentiva parte de “sta famiglia”; mi ghe parlavo ogni tanto, metendome a scriver quel che me passava per la testa, senza pensarghe tropo, sicure che qualchedun me saria stado a scoltar. Me sentivo in compagnia. De Simone lo avevo incontrà solo due volte; la prima xe stà per mi un grande avvenimento, quando durante uno dei mii viagi in Italia, son ‘ndà a Gorizia per conoserlo... El me ga fato passar una giornata indimenticabile, portandome a visitar la Sede, mostrà tuto el suo mondo, regalà pubblicazioni e almanacchi; a la fine el me ga portà a casa sua, dove sua moglie gaveva fato i gnocchi... El suo iera un sentimento profondo de amor e comprension per i suoi simili e in particolar per la sua gente... Questo suo spirito el trasferiva al Suo giornal, mai mancando de far conosser le sue opinioni ferme e decise. Tuti se sentiva a casa in questa atmosfera, anche el più picio, el più povero de idee... Per le mie ciacole el me ga dà sempre el spazio necessario. Go partecipà al “Tremila” de la Rena, fiera de farghe parte. Quando xe rivà el momento del suo ritiro, altre valide teste gà assunto la direzion del giornal, una eredità scotante e complessa. I letori gaveria volù un altro De Simone. Ah!!... Dopo qualche anno podemo dir che, grazie a quanti se ga ciolto ‘sto grave incarico, gavemo ancor un giornal che xe bel, interessante sempre ... più sofisticada xe senz’altro la sua veste. Ma cossa volè che ve digo... me xe restà in cor l’amor per quele care pagine defunte e per el suo vecio Diretor, che no se pol dimenticar. Xe un poco come la storia del primo amor... UCCIA IVIS SUPERINA
Cara signora Uccia, pubblico, ora per allora, questo suo articolo in ricordo di De Simone che, come Lei stessa ha potuto appurare, era andato perduto nel primo inoltro. Sono certo che molti lettori la pensano come Lei: Pasquale era unico ed insostituibile. Anche per questo, dopo di Lui il giornale è stato ed è diverso; ciò che conta è, però, che esso continui ad essere il collante della nostra dispersa comunità. Da quanto Lei scrive nella sua lettera di accompagnamento al presente pezzo, mi sembra ci stia riuscendo. Ricordando anche il nostro informale incontro, “imbastito” così su due piedi (i direttori cambiano, ma la cordialità dei rapporti rimane sempre la stessa) sotto il colonnato della Borsa a Trieste, La ringrazio e La saluto con sincero affetto.
Proposta per un “nostro” Tricolore - ANGELO TOMASELLO
Caro Direttore, finalmente, qualcuno si è mosso, e dopo tanti decenni di assordante silenzio la nostra voce si è fatta sentire, grazie ad una pur tardiva sensibilità del Parlamento e del Governo, ed alla perseveranza della stampa giuliano-dalmata, tra cui si è distinta, specialmente negli ultimi tempi, “L’Arena di Pola”. Il dieci febbraio, da quest’anno, è una solennità civile che intende ricordare a tutti il nostro dramma, e colmare una grande lacuna d’informazione, anche a livello scolastico, di cui l’Italia ufficiale è stata gravemente responsabile. Non è senza significato che, già nel 2005, apposite iniziative sono state programmate in tante città, ed in primo luogo a Trieste, dove la presenza di vari Ministri, e dello stesso Vice Presidente del Consiglio, ha dato un valore particolare alle celebrazioni. Ora, dobbiamo augurarci che, trascorso il “Giorno del Ricordo”, non si torni nell’oblio, e che i nostri figli e nipoti apprendano la lezione della storia in modo meno effimero. Dipende, in primo luogo, anche da noi. Proprio per questo, sarebbe da valutare, probabilmente in sede di Federazione, l’idea di realizzare un tricolore con gli emblemi delle maggiori usurpazioni (Dalmazia, Fiume, Istria, Pola): sarebbe uno strumento idoneo a rammentare il sacrificio di quanti vollero lasciare la propria terra per affermare valori perenni di civiltà, dignità e giustizia. Ritengo che, alla luce di un prezzo certamente accessibile, questa bandiera potrebbe avere una diffusione superiore alle migliori aspettative. Intanto, accolga il ringraziamento più vivo per il Suo nobile impegno, e nello stesso tempo, la preghiera di estenderlo a quanti si sono impegnati per la realizzazione del “Giorno del Ricordo”, a cominciare dall’on. Roberto Menia, figlio di esuli, promotore dell’apposita legge istitutiva. Sappiamo che in taluni ambienti si tende a minimizzare l’importanza di questa iniziativa, perché il suo significato sarebbe meramente simbolico. E’ una posizione da non condividere: come ripeto, sta soprattutto a noi, ed alle nostre organizzazioni, fare in modo che sia il punto di partenza, tenendo conto che quanti hanno avuto cura del poco, dovrebbero essere motivati ad averne, a più forte ragione, del molto. Con i migliori auguri a Lei ed ai suoi collaboratori, ed i più cari saluti. ANGELO TOMASELLO
Caro Tomasello, condivido il contenuto della Sua lettera e, per quanto nelle mie possibilità, mi adopererò perché il “Giorno del Ricordo” non rimanga una celebrazione fine a se stessa, ma diventi una cosa viva ben presente nella cultura di tutti gli italiani, specie di quelli più giovani. Circa la bandiera con i simboli delle nostre terre perdute, porterò la Sua proposta all’attenzione della Federazione. Sono, peraltro, convinto che tutti noi ci si debba riconoscere in un’unica Bandiera: quella Nazionale. Il parere di chi ci ha dato una mano Caro Mazzaroli, mi chiedi una riflessione su queste giornate e sul significato del “Giorno del Ricordo” dell’esilio degli Istriani, Fiumani e Dalmati. Penso sia doveroso ed utile ragionare insieme, per cui lo faccio volentieri. Il “Giorno del Ricordo” ha, secondo me, due significati: - ricordare l’esodo, quello che significò per individui, famiglie, un popolo intero. Per questo è importante la mostra realizzata a Padriciano; l’efficacia delle immagini supera ogni parola; - ricordare la presenza nel tempo della cultura istriana, fiumana e dalmata di lingua italiana come capitolo costitutivo della cultura e della storia del nostro Paese; come capitolo, insomma, dell’identità nazionale. E’ un capitolo originale, significativo e vivo che oggi, più che mai, non va consegnato ad un passato remoto, come fosse archeologia, ma dev’essere curato nella comunità dell’esilio come qualcosa di estremamente importante. Senza questo capitolo l’identità italiana sarebbe oggi privata dei lineamenti che segnano la costa nazionale nord-orientale dell’Adriatico. Detto questo, puoi ben comprendere la mia posizione: è giusto che a Trieste, capitale storica dell’Istria (e non solo dell’esodo) ci sia una particolare attenzione, di iniziative e di riflessioni, ma è altrettanto importante che nel nostro Paese, nelle varie realtà del nostro Paese, ci siano ovunque luoghi, monumenti e scritte che facciano circolare le “esperienze” giuliano-dalmate, di ieri e di oggi. Eviterei polemiche su questo! Ultimo punto: ritengo sbagliato e riduttivo considerare il “Lazzaretto” (NdR: punto di confine con la Slovenia) come confine etnico. Tutte le volte che vado in Istria - in particolare nell’Istria compresa nella repubblica di Croazia - sento in giro una crescente domanda di “Italia”, di cultura italiana, di arte italiana, di presenza di italiani, come se, nonostante tutta la lunga repressione, certe “linfe” siano rimaste vive e circolino ancora in quelle contrade. Un’abitudine lunga secoli non si cancella facilmente.
STELIO SPADARO MEMBRO DELLA DIREZIONE REGIONALE DS DEL FRIULI VENEZIA GIULIA
Caro Spadaro, so bene quanto- Ti sei personalmente adoperato per l’istituzione del “Giorno del Ricordo”; per questo Ti ho pubblicamente ringraziato (citando- Ti assieme ad altri) nel corso delle recenti manifestazioni e per questo ho voluto sentire il Tuo parere. Penso sia impossibile non concordare con quanto dici; non lo faccio io nè, credo, la maggior parte dei lettori. Quello che dici a proposito di “desiderio d’italianità” lo abbiamo avvertito frequentemente anche molti di noi. Purtroppo, ad esprimerlo sono solo gli ormai non molti “Istriani” autoctoni (indifferentemente se di lingua slava od italiana) rimasti nella nostra bellissima ed infelice Terra che, come asserisce nel suo libro “Vento di terra” il giornalista triestino, esperto di cose “balcaniche”, Paolo Rumiz, vedono nella cultura e nelle comuni tradizioni istro-venete, e quindi italiche, l’unico fattore identificativo in grado di preservarli dallo snaturamento in atto in Istria a seguito delle immigrazioni s u s s e g u i t e s i nella seconda metà del secolo scorso sino ai giorni nostri. A tutti costoro, mettendo da parte le vecchie barriere ideologiche ormai “bocciate” dalla storia, saremmo più che disponibili a riavvicinarci ed a dare una mano. Disgraziatamente, le loro Istituzioni, non la pensano allo stesso modo: per loro il passato è ancora presente, ci discriminano incuranti della odierna e futura comune cittadinanza europea, tentano con ogni mezzo di appropriarsi, di usurpare la nostra cultura e la nostra arte, continuano a dipingerci come quel “nemico esterno” di cui sempre hanno avuto bisogno per esorcizzare le loro inimicizie interne... Quello da Te indicato, è indubbiamente il terreno su cui lavorare ed è quello che, in parte, si sta già facendo ma, converrai anche Tu, che tutto questo, pur non volendo addossare tutte le colpe ad una sola parte, non aiuta la normalizzazione dei rapporti.
Frare Luigi
Riguardando l’Arena n. 2/04 mi sono accorta che tra i 12 giovani impiegati fotografati davanti all’Arena prima della partenza da Pola c’è anche il mio caro marito Luigi FRARE, l’unico peraltro di cui non viene citato il nome. Ci eravamo sposati a Pola il 30 ottobre 1946 (vi mando una foto di quel giorno); allora lui faceva il “postino”. E’ stato uno degli ultimi a Pola a svolgere questo servizio. Luigi è mancato qui a Vicenza qualche anno fa ed io oggi a 78 anni, da tre bisnonna, penso sempre con tanta nostalgia alla nostra amata Città. Vi mando anche una foto dei miei nonni Tomasini, con i figli e gli allora 8 nipoti: 1 Elvino (deceduto), 2 Eligio (deceduto), 3 Silvia (deceduta), 4 Claudia (io), 5 Ida, 6 Ilario, 7 Lia e 8 Adelma. Grazie per la pubblicazione e salutissimi a tutti CLAUDIA TOMASINI FRARE
Cara sig.ra Claudia, eccola accontentata e grazie per aver dato un nome a quell’interrogativo da noi pubblicato nella precedente occasione. Auguri a Lei, ai suoi figli, ai nipoti ed ai pronipoti