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Finalmente una trasmissione sapientemente guidata dal bravo conduttore Toni Capuozzo, la sera dell’11 febbraio alle ore 23.40 nel programma “Terra” ha portato nelle case degli italiani, ancora ignari dei fatti storici accaduti, una parte della vera tragedia delle genti di Pola, ma è stata solo una parte della grande tragedia che ha colpito come una furia rossa le genti della Venezia Giulia e della Dalmazia, che volutamente e mistificatamente è stata tenuta nascosta. Quella trasmissione ha portato nelle nostre case, per noi profughi, una realtà ancora viva per chi l’ha vissuta sulla propria pelle ed ha fatto ritornare nella nostra memoria vecchi ricordi che dopo 60 anni stavano quasi sbiadendo. In quelle immagini abbiamo rivista la nostra cara Città, le sue vie ormai quasi deserte o percorse da macchine e carretti carichi di masserizie e dalle persone sempre dignitose, ma con il dolore figurato sul volto, che si avviavano verso il Molo Carbone, per imbarcarsi sul piroscafo “Toscana”. Ricordo quei giorni perché feci parte, come tanti altri giovani, di quel gruppo di volontari che, con i mezzi messi a disposizione dalle Forze Alleate, si diede da fare per portare nei posti d’imbarco il mobilio dei partenti. Lavoravamo sodo tutto il giorno, dalle ore sei del mattino alle diciotto di sera con una breve sosta a mezzogiorno per consumare una frugale colazione. Rivedo ancora il volto triste delle persone mentre caricavamo sui camion la loro roba e la breve raccomandazione: “caricate delicatamente perché questo è tutto quanto ci rimane”. La lista degli indirizzi era lunga in mano ai capigruppo e tanta gente era in attesa giornalmente del nostro intervento e di questo lavora, uno dei tanti ricordi lo voglio raccontare. Uno degli alloggi da sgomberare era ai giardini Valeria, all’ultimo piano (esattamente al quinto) del palazzo sopra la sede del cinema “Sala Umberto” e naturalmente non esistevano gli ascensori; eravamo circa a metà lavoro e si trattava di portare via la famosa “ghiacciaia” (antenata del frigorifero) ma, dato l’ingombro, era difficoltoso portarla in due giù per le scale. Ebbi perciò la felice idea (per così dire) di farmela caricare sulle spalle per facilitare la discesa. Solo allora mi accorsi quanto pesasse e Dio solo sa come arrivai fin in strada dove altri due colleghi la presero e la caricarono sul camion... Risalii al quinto piano e prima di ricominciare il lavoro, chiesi alla padrona di casa: “Signora, cossa gavè ficado dentro a quela iasera che la pesa come el diavolo?” Risposta: “Caro giovanotto la me scusi ma no go podudo far a meno de portarme via come ricordo un sasso della Rena”; “Cara signora a mi me par che la dentro no xè solo un sasso, ma tuta la Rena”. Lavorai con quel gruppo per parecchi giorni fino a quando mi fu comunicato il giorno della mia partenza; salutai gli amici che rimasero in attesa del loro turno ed all’indomani, giorno uggioso, con la bora che fischiava ed un mare che faceva paura, assieme a mio cognato, dato che i genitori ci avevano preceduti, ci imbarcammo sul piroscafo Toscana. Quando la nave si mosse, tutti noi eravamo ammassati sui ponti per un ultimo saluto alla cara Città che si allontanava da noi incolpevoli di questo abbandono; scomparve prima la Rena poi il campanile di San Antonio e quando sparirono le ultime case, solo allora ognuno si asciugò le proprie lacrime. All’indomani mattina arrivammo nel porto di Ancona dove un cordone di poliziotti era stato messo a nostra protezione, perché una massa di comunisti sfegatati era stata aizzata per venire a malmenare i fascisti che scappavano dal “paradiso titino”. Credevamo di averli lasciati dietro di noi, invece ci siamo accorti che anche in Italia dovevamo difenderci da quella accozzaglia rossa imbevuta di odio La nostra martoriata storia, che solo adesso è entrata nelle case anche di quelli italiani che per tanti anni hanno fatto finta di non sapere niente, deve essere portata sui banchi di scuola, perché è una parte storica della nostra Nazione. A questo proposito devo segnalare che qui nel Molise gruppi di giovani si stanno organizzando perché vogliono venire a conoscenza di tutto quello che è successo in Istria e nella Dalmazia per poterlo divulgare nelle scuole. Voglio concludere raccomandando ai figli di profughi, nati in Italia, che quando vanno a visitare la terra dei propri avi, non dicano che sono stati a Rjeka, a Pula, a Rovinj o a Zadar, ma sappiano che sono stati a FIUME, a POLA, a ROVIGNO, oppure a ZARA, e così via e COSI’ SIA! ANGELO TOMASELLO