Didascalia:disegno di Gigi Vidris Dubito che, fra noi, ci sia qualcuno che non abbia mai letto o sentito recitare la terzina dantesca in cui figura la nostra amatissima città: “Si come a Pola presso del Carnaro // ch’Italia chiude e i suoi termini bagna // facevano i sepolcri il loco varo.” Fatto presente che “varo” sta per” vario”( chiedo scusa per questo rigurgito di saccenza liceale!) in quanto l’altissimo poeta, se c’era necessità di rima saltava a piedi pari la “i”, scrivendo “ contraro” invece di “contrario” o “matera” invece di “ materia”, vi devo riferire che, qualche mese fa, a Treviso, ho incontrato un carissimo ed eruditissimo amico che non vedevo da secoli e che, amabilmente, mi ha anticipato quella che definirò una chicca storico-letteraria. Lavorando ad un saggio monumentale che dovrebbe intitolarsi “Chiese, monasteri, clausure e badie nell’Italia del trecento” si è imbattuto in materiale documentale che fornisce qualche appiglio per spiegare il viaggio che Dante avrebbe compiuto a Pola a pochi anni dalla sua morte. Anzitutto la data: giugno 1319. Lo si ricaverebbe da una lettera inviata alla Segreteria del Patriarcato di Aquileia da Frà Gesualdo da Udine (nome secolare di Antonello Ciscuttini) priore dell’ Abbazia di San Michele in Monte, alle porte di Pola, dove il ghibellin fuggiasco alloggiò per una dozzina di giorni. A tradurla da un latino ecclesiastico da far rivoltare Cicerone nella tomba ed a usare lo stile delle “informative” della nostra polizia, la lettera dice: “Costì è giunto, con lettera commendatizia di Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna, tale Alighiero Dante, d’anni 54, profugo da Firenze e, a quanto risulta senza fissa dimora, con trascorsi penali pesanti, ivi inclusi baratteria, lesa maestà pontificale e, come conseguenza del mancato pagamento di una multa di cinquemila fiorini e di procedere al loro inoltro a Rodi a beneficio dell’ordine dei gerosolimitani. Tutto era stato predisposto con grande cura, ma del tesoro, mai giunto a Rodi, e composto da oggetti d’oro e d’argento incastonati di pietre preziose di inestimabile valore s’era perduta ogni traccia. Dante, sempre secondo il mio amico, pur dandosi da fare sarebbe tornato a Ravenna con due teorie: che il carico messo a bordo di una galera cipriota, incappata in una spaventosa tempesta nell’Adriatico Meridionale, fosse finito in fondo almare, oppure che, in qualchemodo, gli incaricati della spedizione, di cui non si aveva più notizia, fossero riusciti a far arrivare via terra il tesoro a templari istriani che avevano trovato ricetto e protezione in Portogallo e in Scozia. Da notare - chiosava F.B.- che Dante era membro dei “fedeli d’amore” una società segreta esoterica, come quella dei Rosacroce, nata da movimenti originati dai templari stessi. Un’associazione che - sempre secondo l’amico - non avrebbe influenzato il resoconto della missione di Dante a Pola, visto che il poeta era uomo integerrimo e d’una dirittura morale degnissima. Questo sarebbe dunque il “perché” della missione dantesca nella Pola del trecento. Ma lasciando al lettore il giudizio, vorrei da parte mia, senza che qualcuno sollevi critiche, che di quei famosi tre versi, a seconda dei curatori del testo de “La Divina Commedia” ci sono, fin dal quattro-cinquecento discordanze seppur minime. Una di queste parlava di Quarnaro invece di Carnaro e di arche invece di sepolcri. Certo che condurre inchieste come questa è stato per me un gran divertimento. Riportando un’altra terzina dello stesso Canto IX dell’Inferno che dice: “O voi che avete gli intelletti sani // mirate la dottrina che s’asconde // sotto il velame degli versi strani”... lascio a voi ogni commento. D.C