Riportiamoi rimanenti racconti scritti da Tito Sidari. I primi due sono stati pubblicati sul numero precedente.
Didascalia: POLA - Carceri Militari - Luogo del supplizio di Nazario Sauro
I cipressi
Basato sul racconto di Amelia Petronio Sidari (1903 - 1986), e integrato sostanziosamente da sua sorella Ita, la protagonista diretta dell’episodio. A Pola sono le dieci di sera del 10 Agosto 1916. Ormai è praticamente buio. Il carro funebre compie un percorso brevissimo, con una scorta ridotta, nel massimo silenzio possibile; le guardie che precedono frugano la via e i cespugli, in cerca di possibili curiosi. Ma chi può farsi scoprire in simili circostanze ? Non c’e nessuno e se ci fosse scapperebbe a gambe levate alla vista delle lanterne e dei fanali delle guardie. La notizia è trapelata subito, come tutte le notizie di sciagure: il tribunale militare ha trovato le prove che cercava sull’identità dell’ufficiale catturato, ha emesso la sentenza capitale e la sentenza è stata eseguita. Il carro giunge al Cimitero della Marina; il custode è già stato avvertito e apre; prende gli attrezzi e fa per avviarsi, ma viene fermato e preso in custodia da una guardia. Gli altri proseguono senza parlare fino in fondo al recinto, si guardano intorno incerti, scelgono l’angolo che appare più buio, selvatico, pieno di sterpi. Scavano con fretta, fatica, rabbia, il terreno sassoso; non basta, scavano ancora. Le lanterne scrutano inutilmente il buio, fino alle lapidi più vicine, fino ai cipressi. Il graduato dà un ordine; dal carro viene scaricato un involucro lugubre: è il corpo del disertore Nazario Sauro. Giustiziato e cucito in un lenzuolo viene posto nella fossa e coperto di terra e sassi. Alla fioca luce delle lucerne il terreno viene spianato e gli sterpi strappati vengono dispersi per un vasto tratto, in modo che nulla resti ad indicare la fossa. Gli ordini sono stati chiari: nessuno deve poter fare alcuna manifestazione sul luogo della sepoltura; si tratterebbe di agitatori, che nulla hanno a che fare con i veri sentimenti dei fedeli sudditi; non bisogna lasciare spazio ai provocatori. Le guardie raccolgono gli attrezzi e se ne vanno, cupe, sempre in silenzio. Tutto torna immobile, tranne le cime dei cipressi accarezzate dal vento. Ita abbandona con circospezione il lato esterno del basso muro di cinta, al quale, trattenendo il respiro, è rimasta appiattita per oltre un’ora. Non udendo nessun rumore conta i cipressi da lì fino all’angolo del muro, per essere certa del posto; poi si allontana nel buio in mezzo ai bassi cespugli, per raggiungere la strada che la riporta a casa. Il giorno dopo, il custode del cimitero mentre accudisce ai suoi normali compiti si avvicina al muro posteriore e con aria indifferente si guarda attorno; non nota nulla, si sposta di qualche decina di metri, ma già da lontano vede e trasale. Si ferma, potrebbe esserci in giro qualche guardia nascosta! Poi perde ogni precauzione e si avvicina velocemente: due metri di terreno sono completamente cosparsi di fiori di campo, appena raccolti e buttati là a manciate. Il significato è evidente; al suo occhio abituato non può sfuggire il segno di terra smossa, non cancellato; qualcuno “sa” che quello è il posto, nonostante tutti gli ordini e gli accorgimenti. Tristemente raccoglie i fiori e li nasconde, sperando che nessuno abbia a patire conseguenze. Il giorno dopo là ci sono altri fiori di campo e alcuni mazzi di fiori di giardino; i giorni successivi ancora fiori e sempre più numerosi; ormai molti “sanno” e testimoniano, come possono, la loro fede.
La pietra - Un altro componente della famiglia di Amelia Petronio Sidari, indirettamente ebbe occasione di rendere omaggio a Nazario Sauro. Sono passati due anni e mezzo. Pola ha finalmente realizzato il sogno di essere italiana, grazie a seicentomila uomini come :Sauro, Battisti, Filzi, Rismondo e a un numero non calcolato di morti civili per fame e stenti. La sepoltura dell’eroe è stata indicata alle autorità e già si sono tenute cerimonie commemorative in cui il dolore represso ha potuto trovare sfogo. Il camion, per quanto potente, è sempre un camion del 1918. Arranca e vibra nello sforzo di superare l’ultima salita verso Pola. Gigi Petronio guida con la massima prudenza; l’ultimo tratto è il più ripido; poi sarà tutta discesa fino in città. Come ciclista dilettante; egli conosce la strada metro per metro, il ciclismo è agli albori, ma gli avversari di valore non mancano, fratelli compresi, e ogni nuova medaglia costa tante fatiche e tante forature, su quelle strade di sassi appuntiti. Per il trasporto che sta effettuando rinuncerebbe a tutte le sue medaglie: oggi il camion ha un carico eccezionale, non tanto per il peso, ma perché si tratta della pietra per Nazario Sauro. E’ un grande blocco squadrato di pietra d’Istria, bianchissima, cristallina, come quella con cui è costruita l’Arena; proviene dalle stesse cave romane, sempre le stesse nei secoli. Petronio la porta gioiosamente, come un dono dovuto ad un caro amico; questo dono servirà per indicare nei secoli la tomba di un guerriero. Non può sapere che fra ventotto anni quella pietra seguirà Sauro in amaro esilio, perché Pola sarà di nuovo perduta. Tuttavia queste cose non accadono invano. T.S