In quella lontana indimenticabile notte di vigilia, del 27 febbraio 1921, di fronte le quattro arcate del Palazzo comunale — dove a frammenti si poteva leggere il diario millenario della città nostra —una capria d'acciaio artigliata sul duro selciato, alava lentamente un'insolita inbracata. Allo scandire di secchi e precisi comandi, lunghe funi di canapa scorrenti nelle gole del paranco, sottostante la capria, sollevavano piano, piano, una superba antenna di legno polito e imputrescibile. Poco discosta un'altra, lucida e ancora odorante di vernice fresca e già infissa nel suo pilo sostenitore, saldamente ancorato sulla platea di masegno, svettava alta nel cielo e con il suo terminale dorato dominava le fosche alberature che la panciuta “Custozza" e la goffa “Bellona", avevano — per più di mezzo secolo — alzate minacciosamente sull'orizzonte' del Foro. Finalmente liberato dalla morsa odiosa e soffocante di tre vecchie case e dal pesante barbacane del suo spigolo occidentale,il tempio d'Augusto mostrava gioioso le sue maestose co-lonne rifulgenti di geometriche frecciate di Luce scoccate dagli archi voltaici di numerosi proiettori, sapientemente disposti sui tetti delle vicine case Kraus Marinoni e Wasserman. il Palazzo Comunale — inquadrato in una cornice più che mai suggestiva, dove il composto gioco dei pieni e dei vuoti, la profondita dei piani era resa palpabile dalla policromia dei filari luminosi mostrava orgoglioso il fornice aperto nella parte destra del suo portico — geniale risoluzione dell'arch. Cirilli — ottenendo cosi quel simpatico risultato prospettico che sembrava affratellare l'edificio trecentesco al vicino tempio romano. La trifora dell'arengo con gli archetti in legge ingemmati di luci stava pure agghindandosi a fssiesta. Grandi festoni di lauro — che gentili mani di fanciulle polesi colsero, giorni prima, sui polloni di quel ceppo millenario che affondava le sue radici nel giardino del chiostro di San Francesco e che l'antica tradizione voleva piantato da Cenide nei giardini del tempio di Giove — erano distesi tra le colonnine di pietra bianca della balaustrata appena sporgente dalla facciata. L'indomani da quell'arengo circonfuso di luci e di lauro antico come il Foro, in mezzo alle superbe antenne sulle quali garrivano al vento i colori di Pola e della Patria, irrompeva gagliarda e possente la voce del cittadino rag. Presil che proclamava l'Annessione di Pola alla Madrepatria. Quel lontano giorno la grande piazza si presentava in tutta la pienezza delle sue riacquistate prospettive e fu chiamata con il solo antico nome di quella grande opera romana: Foro. Da segni manifesti scoparti negli scavi del 1845 e durante i lavori del 1908 e del 1920-21 nonche da sondaggi effettuati nel settembre del 1947 dal chiarissimo prof. M. Mirabella, si constatava l'esistenza, quasi Integra, del lastricato romano del Foro — composto di tremila metri quadri di bel calcare bianco — giacente su un piano livellato ad una profondita di due metri sotto la pavimentazione moderna e in parte anche sotto le fondazioni delle case. Sullo sfondo di quell'area lambente il mare e protetta dalla bora, dodici gradini più alto, sorgeva il grande podio antichissimo che circuiva il Campidoglio che risultava cosi come un gioiello incastonato fra i templi gemelli di Augusto e di Diana; a levante di quest'ultimo sorgevano la grande aula triabsidata del culto degli imperatori, i propilei d'un clivo che menava sul colle e... la latrina pubblica. Altri imponenti edifici coronavano certamente la grande piazza ma si ignorano le lora ubicazioni, le strutture e le funzioni, ma quest'ultima — che fu scoperta nel 1909 durante i lavori di fondazione della Cassa di Risparmio — ottimamente conservata, servì ancora egregiamente ai muratori dell'impresa costruttrice e a un gruppo d'enigmisti appassionati che tentarono di decifrare i tanti graffiti incisi su quei muri dalla “mularia” romana, che poi non era tanto diversa dalla moderna. Il Foro, come sappiamo, era destinato all'amministrazione della giùstizia, ed al mercato; quest'ultima sua funzione perdurò per il nostro fino al 1865, anno in cui fu trasferito sulla riva adiacente, mentre la pescheria mantenne più a lungo i suoi banchetti sul Largo Porta Stovagnaga. Perdurava nella memoria dei vecchi polesi il ricordo di quando gli ortolani arrivavano sui mercati del Foro e legavano i loro "musseti» sugli arpioni infitti negli ortostati del grande podio o sul muro postico del tempio di Diana e permaneva vivo il ricordo della scoperta delle ,,pignate rotte,, — cosi era chiamato il coccipisto d'anfore romane — fatta da Giovanni Carrara nelle fondamenta di una sala del pianoterra del Palazzo Comunale, dove fino al 1854 si svolsero i primi spettacoli teatrali. Se si devono ad Antonio Gnirs i ritrovamenti delle palafitte, dei resti delle capanne circolari di pietra appartenenti agli abitatori preistorici sulla zona sottostante il Foro e la scoperta dell'aula triabsidata e della latrina romana; si devono a Giovanni Carrara, polese, tutti gli altri ritrovamenti fatti in quella zona e tutte quelle notizie storiche di cui tanto si valsero il Kandler e lo Stancovich nei loro scritti. E' così da poco comparso su queste pagine uno scritto del cap. sig. L. Aiello, al quale vanno tutti i nostri ringraziamenti per aver voluto divulgare quel prezioso documento sul passato della nostra città, che altrimenti sarebbe andato perduto. Rileggendolo non posso fare a meno di ricordare con Giovanni Carrara l'amico suo carissimo Jacopo Andrea Contento, poeta piranese, che — se sbaglio, qualcuno mi corregga — è l'autore di quello scritto e che apparso su “L'almanacco Istriano. nel 1850 — anno della morte di Giovanni Carrara e ormai e raro e introvabile. Sergio Zuccoli