foto Sesta parte Alla Conferenza di Parigi nel 1946 il problema della Venezia Giulia e dell'Istria venne dibattuto e le potenze vincitrici, dimenticando le promesse fatte all'Italia dopo la caduta di Mussolini e durante la collaborazione bellica, aggravarono la situazione imponendo l'accettazione di clausole pesantissime. Il discorso tenuto alla Conferenza dal presidente del Consiglio on. Alcide De Gasperi il 10 agosto 1946 rappresentò una protesta, come una protesta fu la nota del governo italiano del 23 gennaio 1947 nell'imminenza della firma del trattato di pace. Il 10 febbraio 1947, perduta ogni speranza di migliorare le condizioni imposte, si giunse alla firma che fu apposta dal marchese Antonio Meli Lupi di Soragna. Molti italiani e Maria Pasquinelli con loro, sperarono fino all'ultimo che il governo rifiutasse tale firma. Fu in quei giorni che Maria, angosciata dalla visione di tanti italiani di Pola che si apprestavano a lasciare le loro case per le insopportabili vessazioni slave, decise di compiere un atto che potesse richiamare l'attenzione mondiale sulla tragedia che stava per consumarsi nell'Istria, in Dalmazia e nella Venezia Giulia. Riuscì a superare, per amore dei fratelli doloranti e della Patria avvilita, ogni sentimento di bontà che le era naturale e che la frenava istintivamente. Decise di commettere, come abbiamo raccontato all'inizio, l'attentato al generale inglese De Winton, rappresentante alleato a Pola. Egli, per la donna, era un simbolo, era colui che impersonava e rappresentava localmente i Quattro grandi, i brutali oppressori della gente giuliana. La Pasquinelli, durante il processo che si tenne presso la Corte militare alleata di Trieste dal 20 marzo al 10 aprile 1947, ebbe a dire: «Più profondo sentii in me il bisogno di ribellarmi perché l'ingiustizia di Parigi si riconfermava proprio nei giorni in cui si concludeva pure il processo di Norimberga. Là i vinti venivano condannati perché non avevano rispettato i trattati internazionali, perché avevano negato la libertà ai popoli, perché avevano usato mezzi troppo inumani nel fare la guerra, ed a Parigi i vincitori ricalcavano le orme dei rei. Si sputava sulla Carta atlantica che aveva fatto sperare al mondo una nuova era. Ai giuliani si negava il diritto di esprimere la propria volontà. Con piena consapevolezza si consegnavano i miei fratelli della Venezia Giulia alle foibe, alle deportazioni, oppure si condannavano all'esilio». In precedenza, parlando di remore di ca rattere religioso in vista dell'attentato, aveva detto: «Ragionai molto per cercare di risolvere il problema religioso. Pensai che nella Bibbia si parla di donne come Giuditta, come Giaele che furono omicide per l'amore della loro terra; pensai che opponendomi all'avanzata slava, in fondo, favorivo anche la questione religiosa. Ma non riuscii a dare soddisfazione al problema che sentivo fortissimo. Di fronte a Dio non rea solo di omicidio, ma eventualmente anche di suicidio. Sperai nella infinita misericordia di Dio, ma il problema rimase aperto. Forse ho amato l'Italia più della mia anima». Il 10 aprile 1947 i giudici emisero la seguente sentenza: «Lei, Maria Pasquinelli, ha ucciso senza giustificazione o scusante legale. La decisione di questa Corte è che lei venga uccisa nel luogo e nel tempo e nel modo che statoilirà la Corte di revisione. Lei e il suo difensore sono avvertiti che potete appellarvi contro questa decisione e che il termine per appellarvi è di 30 giorni». Guardando negli occhi il presidente, Maria rispose: «Ringrazio la Corte per le cortesie usatemi, ma sin da ora dichiaro che mai firmerò la domanda di grazia agli oppressori della mia terra». Un Comitato femminile, formatosi a Trieste, con sede in via Brunner 7, a nome delle donne d'Italia, rivolse alla Suprema Corte di Revisione Alleata di Roma domanda di grazia. La grazia fu concessa e la Pasquinelli soltanto nel 1964, ossia dopo 17 anni di detenzione, lasciò il carcere fiorentino. Antonio Vinaccia