Didascalia: Il Palazzo Pretorio a Capod'Istria ridente nella sua venezianità
non so se affermando che la Pasqua più bella della mia semisecolare esistenza è stata quella del 1941, io ricorra nei rigori della legge. Questa Pasqua è stata la munita di tutte le mie aspirazioni fin da quando le volute del cervello si sono aperte ai primi elementari ragionamenti. Poi quando la cosiddetta grande guerra è finita, malgrado la smagliante vittoria, in modo così ignominioso, le aspirazioni si sono materializzati in azione dominata dalla volontà,e-lapidatemi pure pacifisti in pantofole e papalina-ho desiderato la guerra.
Dopo lo scacco greco, malgrado il primo rovescio libico, pareva che le primavere si svegliasse a grandi testa. A patria vile di Carducci alla memoria, non era che l'imprecazione della esuberante vitalità italica: gli errori del risorgimento guidavano ancora le bandiere d'Italia.
La domenica delle palme che aveva visti riuniti in una dolina a monte della stazione di Sappiane: il sacerdote don Locatelli nel momento delle relazioni, avevain impetrato da Dio alla benedizione sui nostri reparti.
A domenica di Pasqua nessuna cerimonia religiosa aveva potuto aver luogo perché già da ventiquattr'ore, la macchina bellica era tutta in movimento. Dopo una settimana di mano un indugio, per tutta in ricognizione sul Santa Caterina alla ricerca di una linea di fortificazione sulla quale, evacuata Fiume avremmo dovuto ritirarsi, in attesa di un altro successo greco, i fatti di Italia finirono per dimostrarsi assai più benigni di quanto non lo comportassero una intelligenza degli uomini.sabato santo mentre le campane suonavano la gloria del Signore, i nostri automezzi rotolavano sul territorio nemico. Le armi, che avrebbero dovuto vomitare il fuoco è morte contro di noi non c'erano. Per contro, forse per la prima volta nella loro storia i Sokol attendevano schierati acclamanti all'Italia liberatrice.
Il mio turno capitò il giorno di Pasqua, le sette del mattino. Fiume, deserta si ridestava nel sole. Il lungo convoglio nel quale era inserito, scendeva da Mattuglie : era composto di Spa L39 di Lancia-Ro di Bianchi di Alfa Romeo ma soprattutto degli autobus del governatore di Roma, dipinti per l'occasione di opaco grigio verde si. Dinanzi alla chiesa dei Cappuccini ci fu una sosta. In motocicletta percorsero allora a ritroso la colonna: volli comunicare ai miei uomini la mia interna allegrezza.
E poli, va ancora verso l'Eneo. Con quale cuore passare il ponte. Dinanzi agli occhi attoniti dei carabinieri, percorsi ripercorse il ponte nei due sensi finché tutto mio battaglione non fu dall'altra parte. Eravamo in Jugoslavia! Quella Jugoslavia che gli alambicchi attori di pace giuridiche e di guerre liberatrici, avevano imposto al mondo, contro la legge di natura, contro le aspirazioni dei popoli, per puro sadismo di imperio seducente sulla discordia delle nazioni avviluppate, queste, di impegni impossibili e di bisogni insoddisfabili.
Eravamo in Jugoslavia mostruoso castello di carte diplomatiche che un refolo di aprile aveva demolito senza che un sol pezzo si esponesse in difesa di tante illusioni crollanti. Eravamo liberatori nel soffio del de pesante moda armato, come l'alito dell'ammoniaca nell'ingombro cerebro dell'ubriaco.
Per tutti suo tre colori croati, lungo la salita di Draga sulle curve intorno al vallone di Buccari sulle case di Porto Re sulle finestre delle ville affacciandosi sull'autostrada di Cerquenizze nelle vie e nelle piazze della uscocca Segna lungo l'erta e contorta salita di Ostaria e oltre nella piana che conduce a Otacac.
Il paese è festante; i contadini si salutano sorridenti: resta una festa e le trebojnice al vento tutto eppure bisogna riconoscerlo, in questa resa a discrezione, malgrado il crollo dell'esercito e la nostra invasione, c'è un senso di dignità che non si può non ammirare.
I loro tricolori spassi con profusione da gran signore, i sorrisi dei contadini che non, vincono la nostra occasionale alterigia che eccede ad una più naturale cordialità latina.
Sul tramonto siamo a Gospic . Avremmo potuto essere sempre avanti se gli eterni dubbiosi dei reparti di testa non ci obbligassero a frequenti i minuti di sosta. Tuttavia, il battaglione di cui faccio parte il LII mortali, ha già superato dei reparti della domenica-così sono denominati secondo il giorno in cui hanno superato il confine-e si trova con quelli del sabato.
-volete pernottare o volete continuare?-questo è il referendum che i comandi superiori trovano opportuno lanciare agli autieri -continuare, continuare-è il responso impaziente e infastidita delle tutte. E si continua. Ormai, per taluni, sono 48 h di veglia, e diventeranno presto cinque giorni. Nessuno rancio è stato distribuito. Qualche fuoco acceso a Gospic ad d'uso di cucina è stato subito spento a conferma irrevocabile dello strano referendum. In alto, in basso, non c'è che non solo merito: andare, andare, andare a Spalto.
Fuochi di Gospic fuochi di Pasqua. Vi ricordo ancora a tramontare, altre fiamme, lungo quel muricciolo che avrebbe dovuto difendervi dall'amarezza. Eravate il simbolo della comune esultanza, che, nei cuori, saliva come un'offerta ai fatti d'Italia. Quei fatti che si affermano con la forza dell'irrazionale, contro la menzogna umana è il calcolo politico. Altre salivano le lingue di fuoco a ravvivare l'eterna speranza; ma tosto rientraste nella certezza della gloria d'accogliere più lontano, sempre più lontano.
Non e la notte di Pasqua, i reparti d'Italia ripresero il cammino, lungo la via Granac di Zermanje, di Knin di Sebenico, di Traù, di Spalato.veloci, possenti, decisi a portare la Pasqua, attaccare di spiriti bruciati di Diocleziano , di Tommaseo, di Bajamonti di Vucassovich. E fu davvero Pasqua di liberazione per uomini di buona volontà, quel richiamo non confondere la propria nella universale comprensione, non per quelli che ritengono scopo della vita la notorietà di una gloriosa procacciata magari nei rigagnoli immondi del tradimento.
Giulio Nepote