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E' venerdì 15 agosto. Nella tranquillità e nel silenzio del mio studio sto consultando un'opera molto interessante: I quattro libri dell'architettura di Andrea Palladio, editi a Venezia nel 1570; il volume è la riproduzione in facsimile dell'opera originale. Sto cercando riferimenti ed indicazioni su una villa veneta, progettata e costruita dal Palladio nel XVI secolo, e più volte sottoposta, con il trascorrere del tempo, a grossolani interventi di ristrutturazione. Poiché sono interessato ad un suo prossimo restauro, desidero approfondire filologicamente. le caratteristiche originarie della costruzione e la sua primaria impostazione progettuale per potermi mantenere, il più possibile. aderente alle scelte architettoniche ed alle idee dell'architetto che la ideò. Andrea Palladio, nato presumibilmente a Padova nel 1508 e morto sicuramente a Vicenza nel 1580. grandissimo per i suoi molti estimatori ed ammiratori, ma alquanto contestato dai suoi molti detrattori, va considerato, in ogni caso, come il creatore del nuovo volto dell'architettura veneta, risultato al quale giunse a seguito di un continuo sforzo di imitazione dell'architettura antica, specialmente romana. La sua formazione artistica e culturale, oltre agli influssi del Serlio e del Vignola, fu certamente influenzata dalle architetture viste costruite. più che da quelle studiate sui libri. E che avesse, in ancor giovane età, cominciato a visitare le città più vicine è confermato da egli stesso che afferma di aver intrapreso, fin dalla giovinezza (ossia ancor prima del suo primo viaggio a Roma del 1538) a misurare -quel tanto degli antichi edifici), che è pervenuta à notitia. sua. E in questa sua attività fu molto accurato nel rilevamento delle dimensioni e nella riproduzione dei particolari; e con gli elementi, dei quali, come archeologo, poteva disporre, creava. da architetto, la più caratteristica architettura del nostro Rinascimento.
In occasione di una di queste sue peregrinazioni, quale studioso di archeologia, fu sicuramente a Pola. dove rilevò le dimensioni e l'aspetto delle costruzioni romane. tanto che, a partire da pag. 107 del Libro IV dei Quattro libri dell'Architettura, il Palladio presenta alcuni tempii, che sono fuori d'Italia, e prima de' due Tempi) di Pola (Cap. XXVII). E prosegue informando che in Pola città del l'Istria, oltre il Theatro, Anfitheatro, e un'Arco e edifici] bellissimi vi sono sopra la Piazza da una istessa parte due Tempi) di una medesima grandezza, e con li medesimi ornamenti distanti l'uno dall'altro cinquanta otto piedi e quattro onde dei quali sono i disegni che seguono-. Non voglio dilungarmi nella traduzione del testo del Palledici, abbastanza leggibile e comprensibile nella sua stesura originale qui accanto riprodotta, ma desidero, invece, attirare l'attenzione del lettore su di un anacronismo storico che, personalmente, non sono riuscito a chiarire. Infatti, anche sulla scorta di quanto già detto, si può ritenere che il Palladio visitasse Pola intorno l'anno 1540, poco prima o poco dopo. Mi domando come fece l'architetto vicentino a vedere due templi, delle stesse dimensioni, distanti l'uno dall'altro cinquantaotto piedi e quattro oncie, senza notare la presenza. tra di essi, del Palazzo del Podestà che, a quanto afferma Giuseppe Caprin nel suo L'Istria Nobilissima, fu eretto nel 1296 sugli avanzi di un tempio che si crede fosse dedicato a Diana, e accosto a quello di Augusto.. Pur considerando che i Genovesi, che incendiarono nel 1380 la città, arrecarono a tale palazzo notevoli danni tanto da indurre la Serenissima a permettere alla città di incamerare per un anno il dazio sull'olio (che per legge spettava allo Stato) e di spenderne il ricavato per effettuare le riparazioni necessarie, ed in seguito, poiché tali interventi non erano stati sufficienti ad eliminare tutti i danni, ad inviare nel 1560 (!), 300 ducati per eseguire i restauri consigliati dagli esperti, è indubbio che, all'epoca della visita del Palladio, il palazzo comunale si trovava al suo posto, anche se notevolmente sinistrato; e lì rimase fino al suo crollo, avvenuto circa un secolo dopo (18 luglio 1651).
E'. quindi, per lo meno strano che il Palladio, nonostante tutta la sua pignoleria di archeologo, non abbia notato il palazzo pubblico; ma, forse, volutamente lo ignorò, non considerandolo parte integrante del complesso monumentale che lo interessava. Non è certamente coerente che egli si sia preoccupato di far sapere che i due tempi] sono di una medesima grandezza e che sono distanti l'uno dall'altro cinquanta otto piedi, e quattro oncie. e non si sia fatto carico di informare che uno dei due faceva parte del Palazzo di città ed era soltanto parzialmente visibile. Rimane, perciò, sempre il dubbio sulla esattezza storica delle informazioni che ci sono state tramandate. A me premeva. comunque, informare I lettori, che non erano ancora a conoscenza della citazione del Palladio. su questa mia piccola scoperta. casuale, ma perciò non meno gradita, soprattutto perché le notizie e le testimonianze sulla nostra città sono sempre molto poche.
Ho, inoltre, un altro piccolo chiarimento da dare in merito ad alcune mie considerazioni, riportate sul n. 2451 dell'Arena dl Pola di sabato 2 agosto 1986, sull'obbrobrio che viene perpetrato alla millenaria arena: in quelle righe ipotizzavo la possibilità che il Tempio di Augusto, sull'onda di quanto veniva fatto all'arena, venisse adattato ed adibito a ristorante a due piani. Era, evidentemente, una battuta ironica ed amara sulla nuova teoria della rivitalizzazione dei monumenti archeologici e sui non molti scrupoli di chi questi monumenti deve conservare per poterli mostrare ai posteri. La battuta è stata casuale, perché avulsa dal contesto del discorso che riguardava. sostanzialmente. l'arena; pure casuale è stato il reperimento dello scritto e dei disegni del Palladio, in quanto l'esame dei Ouattro libri dell'Architettura. aveva tutt'altro scopo. Chissà che queste due casualità. non possano contribuire nel futuro, a preservare il Tempio d'Augusto, nostro secondo monumento cittadino, da eventuali manomissioni od alterazioni dopo esser Stelo, per iniziativa dei veneziani. chiesa, granaio e teatro di marionette e obblighino a ricordare (come indica anche il Palladio commettendo qualche errore) che si tratta di tempio dedicato a ROMAE ET AUGUSTO CAESARI DIVI F. PAT PATRIAE.
Claudio Fontanive