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Didascalia: Zio Aurelio Sterco
Dalla lettera da Capodistria il 26 novembre 1932: «Carissimo padre! Ancora mercoledì mi pare ho ricevuto la tua lettera. Mi scuserai se non ti ho scritto subito perché non spediscono le lettere che al solo lunedì, e cosi posso scriverti al sabato o alla domenica. Ti avevo scritto che non mi occorrono altri soldi, fuori quelle quaranta lire che ho ricevuto. Ma mi è venuto un libro di italiano di 15 lire, e così ne ho giusto 15 in debito. (...) Dunque caro padre guarda di fare in modo di mandarmeli quando puoi. Ti assicuro io che da S. Natale a Pasqua non spenderò neppure 30 lire, fuori il viaggio. Dunque ti raccomando questo, e fammi fare le scarpe
come ti ho scritto. Iersera è arrivato il vescovo di Parenzo, ci ha parlato, e questa sera è andato via. Sento con grande dolore che mamma è ammalata tanto, e specialmente sentii dolore quando mamma mi scrive da letto... Ho incominciato subito giovedì la tredicina, e assicurala che non la dimentico mai, che prego sempre, sempre. E dille che non stia a pensare a me, che io sto molto bene di saluce, e studio sempre. Ma come sento con dolore che mamma è tanto ammalata, così sento con piacere che il caro Gilietto è sempre sano; come pure voi, e che cammina da solo. Non vedo l'ora di vederlo». Il seguito è nel commento.
Tredicesima parte
Tra le carte di mamma ho trovato, con grande esultanza, come per un tesoro, un foglio ingiallito, una lettera scritta in bella calligrafia dal mio zio preferito, zio Aurelio, nel lontano 1932 dal Seminario di Capodistria, dove si trovava non tanto per tracce di vocazione, di cui non ho mai saputo nulla, ma perché i figli più dotati dei poveri avevano qui la possibilità di essere accolti più che altrove. La famiglia di mio nonno paterno non era povera nel senso corrente del termine, perché il fiero possidente di terre e campagne, di boschi cedui da legna e di armente da latte, e che avesse anche mestiere e casa propria. come mio nonno era, non poteva considerarsi povero. Anche se la famiglia era molto numerosa e i tempi erano magri per tutti. Il costume dell'epoca aveva però altri tipi di povertà, come pure altri tipi di ricchezze, ben diversi dal nostro oggi così confusionario dove ricchezze e povertà, di tutti i generi, si mescolano e sovrappongono, non si capisce più niente di chi è povero e di chi è ricco. La povertà di allora era culturale, e se un figlio dotato voleva studiare. doveva lottare sempre un po' inizialmente, per affermare le sue scelte e poter accedere agli studi superiori. In luoghi di campagna le braccia sono preziose, anche se son quelle di un giovane, uomo intelligente, e nascere con in natura quel superiore e gran dono di Dio che è la fame di sapere e coltivarsi, trovava, a quel tempo. più difficoltà che altrove a realizzarsi. A ciò si ovviò mandando l'intelligentissimo zio Relio al Seminario di Capodistria.
E' una lettera impregnata di affetto e di rispetto, è assai commovente da rileggersi oggi: è suono e voce di un tempo che non esiste più, di un modo di intendere la famiglia (e vivere la sottomissione). che non esiste più; di dolci sentimenti, che oggi si vuol evitare di esprimere. Mi riporta al sentore caldo di nido e di grembo in cui sono cresciuta, e mi narra dei sentimenti forti e delicati che legavano un figlio lontano a genitori datori di vita. Rivela anche la responsabile preoccupazione di non spendere che il necessario (sembra fosse una caratteristica peculiare di Relio, che se la portò dietro nella vita, passando per tirchio). Racconta a me oggi d'uno stile famigliare per il quale s'usa render conto al padre, con apertura quasi timorosa di rimbrotti ma con confidenza; e io che del nonno, pur nell'affetto, conservavo un'immagine austera, me la vedo rimandata invece in riflessi dolci dalla lettera di Relio.
La lettera è un piccolo gioiello di ottima ortografia, calligrafia e felicità (e facilità) di espressione. Ma è anche un gioiello di affetti famigliari. di tenerezza, delicatezza e sensibilità, di venerando rispetto per il padre e la madre, del disegnarsi di un costume austero che, moralmente integri come allora si era, nessuno si sognava di infrangere uscendo dalle tranquillizzanti e accettate regole famigliari ricche di soggezione e di dipendenza, che rendevano saldissimi i legami cosi costruiti intorno al rispetto delle figure paterne e materne, i due poli attorno a cui ruotava e si sostanziava la vita dei figli, non tanto attaccabili dal mondo esterno quanto lo furono le generazioni future, e lo sono quelle attuali. Sono affettuosi i saluti alla mamma ammalata, e nostalgici gli abbracci ai fratelli più piccoli, come incantevoli le parole di commiato: ...non fa niente se Bulessich non mi ha portato niente, ché non mi occorre niente, e non mi manca niente». Probabilmente non era così, ma la lettera vuole tenere sereno il padre, sapendo la vita dura per una famiglia così numerosa.
E poi la tenerezza dolce e apprensiva per la madre. l'obbedienza alle sue sollecitazioni di pietà religiosa; viene ad aggiungersi a un quadretto ohe forma in prospettiva un'immagine di pregnanti devoti sentimenti, da figlio di predilezione come zio Relio è stato; il segreto orgoglio di nonna.
Irma Sandri Ubizzo