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Prima parte
La morte ci cammina accanto e non basta fingere di non accorgersene. Arriva un momento della vita in cui ci si trova a ricordare quanti affetti, quante conoscenze ci abbia sottratto e si capisce come sia irrimediabilmente lontana la giovinezza. il tempo in cui futuro e speranze non hanno confini e tutto deve ancora accadere. A questa lunga processione di volti ormai vivi soltanto nella memoria e nel cuore, si deve aggiungere ora anche quello di Mario Bonivento.
Giocatore di rare capacità tecniche e agonistiche, Mario Bonivento nacque, calcisticamente parlando, nelle fila dei Giovani Calciatori Polesi, una squadretta donale senza pretese e che annoverava nei suoi ranghi nomi destinati a divenire famosi: Machich, i due Ostromann. Vojak, Gombach. Poiani, ecc. Mica poco. eh? Dai Giovani Calciatori Polesi passò, però, subito all'Edera di Pola iniziando quelle peregrinazioni (dieci in totale) che ne avrebbero fatto un vero e proprio «globetrotter del calcio. Vogliamo ricordare, nell'ordine, tutte le società in cui militò Bonivento? Giovani Calciatori Polesi. Edera Pola, Audace di Taranto. Edera di Trieste, Pro Patria di Busto Arsizio, Juventus, Napoli. Livorno, .Grion. Arsa di Arsia. Un avventuriero, un volubile del calcio? Nulla di tutto ciò. Gli è che Bonivento amava il calcio di un amore genuino, incontaminato, totale e andava ovunque poteva veder realizzate le sue aspirazioni tecniche e agonistiche. Il problema economico aveva una importanza secondaria.
Mario Bonivento era un grande calciatore il cui equilibrio diventava determinante nel gioco e nella vita di quella piccola comunità che è una squadra di calcio. Oggi si gioca un PO' diverso, ma quel Bonivento che vedemmo giocare con la maglia nerostellata nel 1933-34, in serie B. e più oltre in altre squadre, potrebbe benissimo essere tuttora la mezz'ala di qualsiasi grande squadra, l'elemento mobile adatto a mantenere statoile la macchina del gioco. E moralmente eviterebbe pure certi mutamenti di umore che influiscono sul rendimento delle squadre. La disciplina, il senso del dovere e la passione hanno caratterizzato la vita calcistica di questo personaggio che ci ha lasciati con la modestia e l'umiltà di come aveva vissuto. Ai tempi della sua milizia nelle compagini della serie A. era uno dei più specializzati e dotati centrocampisti italiani, notevole per fondo atletico e impegno. Non aveva forse un gran senso del gol foer quanto, di tanto in tanto. il suo nome apparisse nel tabellino dei marcatori). ma era assiduo nei recuperi difensivi. Era il tipico interno di spola, dove arrivava lui l'equilibrio della squadra era assicurato, il re della trequarti campo, non forse geniale come Meazza e Baloncieri, ma fornito di un indefettibile metodo che è più utile del genio nei tornei a lunga durata. Mario Bonivento ritornò a Polo agli inizi degli anni trenta per indossare quella maglia nerostellata che in precedenza non aveva voluto (o potuto) indossare. Correva la stagione 1933-34 e il Grion giostrava in serie B. Ricordo la prima partita di quel campionato: Orion-Venezia. Con il Grion sotto di due reti l'arbitro De Jurco di Trieste assegnò ai nerostellati un calcio di rigore. C'era la possibilità di accorciare le distanze e di rimontare. Si avvicinò al pallone, già sul dischetto, Mario Bonivento. Il pubblico già si fregava le mani: il cuoio un attimo dopo si sarebbe infilato alle spalle del portiere veneziano. E invece... Breve rincorsa e pallone abbondantemente a lato, alla destra del portiere. Un lungo ohhh! di delusione partì dalle tribune. La gente non poteva capire come un campione della classe e del l'esperienza di Bonivento potesse fallire un calcio di rigore. E la partita fini due a zero a favore del Venezia. Ma nel corso di quella stagione e della successiva (sempre in serie B) Bonivento ripagò abbondantemente i tifosi polesi di quello «sgarbo-, esibendo un gioco altamente spettacolare e produttivo.
Dopo quei due anni al Grion, passò al Cementi di Pola (Sezione Propaganda) e poi all'Arsa di Arsia come allenatore. giocatore. Aveva 35 anni. Appassionato del gioco del calcio come pochi, era un inguaribile sentimentale. Il 5 febbraio 1933, quando militava nel Livorno, venne a Pala per giocare contro il Grion. Ma al momento di scendere in campo comunicò all'allenatore che lui mai e poi mai si sarebbe schierato contro la squadra della sua città. E così accanto al celeberrimo centravanti Nehadoma si allineò Dossena.
Poi il tramonto, quieto e sfumato, del calciatore e dell'uomo, come i tramonti che ingentiliscono i paesaggi un po' tristi dell'Istria, sempre rimpianti. Gli anni passavano. In quel di Grado, dove s'era nel frattempo trasferito. i ricordi gli si affollavano alla mente: la sua città, Ve strade polverose e i canoni gialli del suo rione, il San Polcereo («Le Baracche.), dov'era nato, il campo dell'Edera e quello del Grion in viale Roma 34, affioravano spietati alla sua memoria e gli riproponevano confronti sempre amari. Era un tempo lontano, ma molto amato, costellato di sfumature nostalgiche e di dolci rimpianti.
Elvino Tomasini