- foto Didascalia: Antonino Piutti a Buccari (31.10.1979) Sono stato molto contento che per il 27.mo incontro dei polesani sia stata scelta nel 1983 Roma, una città ricca di storia e a noi polesi particolarmente cara, essendone la nostra Pola figlia fedele nei secoli. Per tale raduno mi aspettavo una forte presenza di polesi abitanti nell'Italia Centrale e Meridionale. Francamente da questo lato sono rimasto un po' deluso. Evidentemente anche ai nostri conterranei il clima di queste contrade gioca un brutto scherzo rendendoli un po' pigri nel muoversi. Non c'è altra spiegazione. Di questo mi dispiace molto, anche perché io mi sono sempre battuto affinché i polesi del centro e del meridione siano considerati alla stregua dei polesi abitanti nel nord, ossia che anche in queste terre, ogni tanto, si tenga un raduno dei polesi a carattere nazionale. Evidentemente hanno ragione coloro che sostengono che è meglio che i nostri incontri si tengano al nord per una più numerosa partecipazione. La riunione del Libero Consiglio del Comune di Pola in esilio magnificamente è stata presieduta dal professor Artusi, il quale ha un cuore immenso in quanto ogni volta che parla di Pola si commuove tanto. Di tutte le parole che ha detto, una soprattutto mi è piaciuta e mi è cara, la parola «fini», ossia figli. Il discorso di introduzione è stato tenuto da Vittorio Tavelli, direttore del ristorante Picar, dove si é svolto il nostro incontro. Ha detto di essere completamente felice solo quando è tra la sua gente e di non aver nessun altro svago. Schiavelli ha detto con toccanti parole che i polesi e i Domani sono fratelli nel dolore ed è vero per quanto hanno sofferto e soffrono insieme. Ecco perché non condivido che tra di noi ci siano delle polemiche. Ha parlato anche una persona che io stimo molto: l'amico Lino Vivoda che ha espresso il suo pensiero dominante, ossia quello di portare il problema delle nostre care terre perdute nell'ambito europeo, nella sede di quel Parlamento in difesa di tutte le minoranze etniche del nostro continente. Forse in quell'ambito le nostre istanze al pari di tutte le istanze delle minoranze etniche, troverebbero miglior accoglienza che nel nostro Paese ove ormai molta gente é diventata, purtroppo, apatica nei confronti dei problemi di amor di Patria oppure il tutto si riduce ad un dissidio tra cattolici e marxisti. Ecco perché ritengo importanti gli scritti di Lino Vivoda. Occorre che, come lui fa, siano trattati bene i nostri problemi, essenziali al nostro stato di esuli istriani, fiumani e dalmati per far sì che non vada di noi tutto perduto. Tutta la vita di Lino Vivoda, novello Mazzini in esilio, è improntata a questo pensiero. Perciò si batte anche se molte volte incompreso anche fra la nostra gente. La nostalgia per la cara perduta Pola si è sentita maggiormente il giorno successivo, quando è arrivata la maggior parte degli esuli proveniente da diverse località della penisola. La domenica mattina un gruppo di polesi si è recato al Vaticano per sentire la messa. Qui, però, constante la buona volontà di Vittorio Tavelli, che aveva prenotato tre corriere, si è notata una certa disorganizzazione che non ha fatto piacere ai nostri conterranei presenti. E' successo che alcuni polesi abitanti in Roma, all'ultimo momento, per cause imprecisate, hanno fatta mancare il loro promesso apporto organizzativo. Quindi il nostro gruppo, senza guida, tra l'altro in ordine sparso a causa della moltitudine di altri pellegrini, si è alquanto disunito. Non c'era alcun sacerdote delle nostre parti; quindi abbiamo dovuto sentire una messa per sordi e muti in quanto nella Basilica vaticana c'era tanta confusione. L'unica cosa che ci ha rallegrato è stato il saluto che il Papa, tra tanti altri, ha indirizzato al nostro gruppo dal suo balcone quando eravamo in piazza San Pietro alle ore 12, pellegrini tra tanti pellegrini. Perché il Sommo Pontefice non ci riceva ufficialmente, ancora non riesco a spiegarmelo. Intanto hai voglia caro Lino Vivoda di alzare dalla piazza il labaro di Pola. A tavola, sotto la regia del grande Tavelli, si é svolta la festa dei polesi anche se nell'aria c'era tanta nostalgia di cose perdute. Tanto appetito, cintole, canti; per primo quello che é diventato il motivo degli esuli: O mia Patria, sì bella e perduta». Tanta gente era commossa; ancor di più quando è apparso un plastico dell'Arena circondato da fiaccole e un gruppo di vecchi bersaglieri ha suonato vecchie canzoni patriottiche. Il tutto organizzato da Tavelli, al quale i polesi debbono tanti ringraziamenti. L'addio, come al solito, é stato triste. Sono stato confortato dalla conoscenza, finalmente fatta di persona, di padre Flaminio Rocchi. Ho fatto conoscenza anche di altre persone come Myriam Andreatini, bella e molto simpatica, ed i coniugi Ventura e ho rivisto vecchi amici. Antonino Piutti