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Didascalia: Strade invase dalle macerie delle case colpite dopo la lunge catena di bombardamenti( Fotografia del prof. Vincenzo Stojen )
12 dicembre 1943
A Casali, nelle rustiche e povere casette dei contadini, nelle capanne appoggiate alle . masiere ,, hanno cercato asili tante famiglie della città..
Oggi domenica, nel mio zaino, c'e l'altarino portatile. - Raggiungo la frazione che dipende dalla mia parrocchia e celebro la S. Messa, all'aperto sotto la piccola tettoia dell'ex Dopolavoro.
14 dicembre
Giornata di attesa. Verso le nove passa un ricognitore a bassa quota. Gli sguardi ansiosi interrogano il cielo ed un brivido strano e freddo percorre la spina dorsale.
15 dicembre
Sette allarmi in una giornata sola. Il miagolio acuto della sirena ha qualche cosa di sinistramente impressionante. Tuffi di apparecchi e spezzonamento sul campo d'aviazione di Zemonico.
16 dicembre '
Al quinto allarme planano .sulla citta martire i bombardieri. Mi trovo net rifugio dell'Arcivescovado. Abbracciati, stretti l'uno all'altro, come per dare al cuore martellante l'illusione che cosi uniti sia più facile, superare la matte, sentiamo le detonazioni delle bombe, il terremoto artificiale. L'anima sembra arrivare alla gola, sembra mozzare l'invocazione a Diò, alla Vergine.
Siamo .salvi. Dall'oscurità del ricovero esco all'aria aperta, un'aria carica di polvere di zolfo. Sono stati colpiti: la Banca Dalmata di Sconto; la Canonica del Pope Greco-Ortodosso, (c, gli stesso vi è rimasto sepolto sotto); l'asilo delle orfanelle; l’ edificio della Provincia; il Palazzo delle Poste; il Liceo Ginnasio D'Annunzio.; c molte case in viale Tommaseo,
nelle Calle San Rocco e presso Porta Catena. Questi i danni constatati a prima vista. Sono inoltre ostruite: Calle Larga, Calle Pappuzzeri, Calle S. Maria. Faccio una visita al .' Seminarium Teologicum e poi riferisco a S. E. l'Arcivescovo.
Egli anima al coraggio ed alla fiducia del Signore tutta quella povera gente che affolla il suo rifugio e che gli si stringe attorno, quasi per aver una maggior protezione. A pochi metri da quel rifugio sono cadute le bombe sul vecchio Battistero ottagonale. Suite macerie due sacerdoti, don Rossi e don Basilisco faticano per muovere le pietre che ricoprono i sepolti vivi. Manca l'organizzazione e difettano i mezzi di soccorso. E' difficile persino avere un piccone.
Scavalco le macerie della Calle Larga: come è deserta quella che fu sempre l'arteria più pulsante della citta! Attraverso l'atrio del cinema Nazionale. Tra le macerie di quel rifugio vedor poveri corpi mortoriati.... La conduttura dell'acqua rotta ed il liquido elemento che scola tra il fango e le pietre è unto di sangue.
Mentre imbrunisce, alcuni cittadini terrorizzati fuggono dall'abitato. La massa della popolazione cerca un angolo di pace dove i sonni siano tranquilli e dove sul capo non pesi la cappa di piombo di un nuovo bombardamento. Presto la citta rimarra deserta. La scuola magistrate è in fiamme ed illumina le antistanti rovine dell'ex Dieta Dalmata. In Piazza dell'Erbe crepita l'incendio. Sul davanzale di una finestra da cui escono , buffate di fumo, miagola disperatamente un gattino bianco. , Passa la ronda tedesca. Dal gruppo dei tre si stacca un soldato, si arrampica tea le fiamme e, poi, spavaldo, prende in mano la bestiolina che diverra il suo portafortuna. Dagli elmi uncinati sento il sibilo di quanta parole metalliche c poi il passo cadenzato di sei piedi chiodati che si allontanano.
A tarda sera con Don Giuseppe Della Valentina porto sulle spalle una barella su cui giace una vecchia donna' ferita che abbiamo trovato abbandonata nell'atrio del Seminario. L'auto, ambulanza militate tedesca ferma davanti all'Ospedale S. Demetrio si rifiuta di accoglierla. Con le ossa rotte usciamo per Porta Terraferma e attraveso il viale Cesare Battisti raggiungiamo l'Ospedale Civile.
Mentre ritorno nella citta condannata all'assassinio, provo un senso di smarrimento per la solitudine che regna ovunque.
Dormo sotto il campanile: Alle 22.30 nuovo allarme. Questa volta vengono lanciati spezzoni incendiari. In diversi punti si accendono dei roghi, torce immani che sembrano ardere al di copra di simbolici altari su questa mia Zara. Dall'ampio finestrone dell' ultimo piano del campanile seguo con dolore la agonia della citta che mi ha vista crescere che ora io vedo, lentamente morire. Il mare di fiamme passa di tetto in tetto, Scendo giù per le interminabili scale di legno. Ogni apertura del campanile presenta una nuova visione di fuoco e di distruzione. Che siano cosi le bolge infernali?...
17 dicembre
Vicino al Santuario della Madonna della Salute, infranto dalla guerra devastatrice ho incontrato il venerando padre Giuseppe Carvin, francescano. Mi ha salutato col suo amabile sorriso e poi con tono di incoraggiamento mi ha detto: Figliolo (era stato il mio professore di greco) rimaniamo al nostro posto. Ci sono tanti bisognosi nei rifugi, ci sono le nostre Chiese da custodire. Iddio ci aiutera e proteggerà ». Poi calmo, sereno, ha proseguito lentamente il suo cammino appoggiato al bastone, contemplando mestamente le rosine di questa Zara che egli ama teneramente. Ha trascorso circa settanta anni tra le mura di questa veneta e italica città..
Accogliendo di buon grado il consiglio di Padre Carvin mi sono deciso a non abbandonare le case e le mura semi-distrutte di Zara. Vengo ospitato dalla famiglia del sacrestano Della Valentina da tutti conosciuto col nome di Tita.
Nei ricoveri ogni cittadino mi racconta il suo dramma e desidera conoscere ciò che è avvenuto in citta e nei dintorni. Questa sera nuovamente sono salito sul terrazzino del campanile. Ancora qua e la, le fiamme dell'incendio illuminano sinistramente i ruderi delle case. Accanto a me Tita fuma la pipa, osserva e poi immediatamente discende borbottando: troppo, mi fa male vedere tutta questa distruzione.
19 dicembre
All'angolo tra la cattedrale ed il battistero distrutto sono sepolte ancora delle vittime, sotto grosse pietre. Gli uomini dell'UNPA, guidati dal Detoni, a forza di corde e di picconi hanno smosso i blocchi e 1e travature secolari. Arrivano finalmente a liberare il cadavere di un soldato italiano. un bel giovane dalla faccia piena, dalla corporatura forte.Leggo sulla sua carta d'identita: Rimoldi Mario di Giovanni e di Piuri Anita, classe 1917 Casate - Milano, via Volta 14. Nel portafoglio c'erano pochi soldi ed alcune fotografie. La abbiamo coperto con un drappo rosso. Sul posta della sciagura intanto è accorso un suo amico, anche lui obbligato dai tedeschi al lavoro. Lo guarda in faccia, senza proferire sillaba, con un'espressione che solo il vero amico può avere. Poi si piega, gli accarezza leggermente con la mano il volto e singhiozzando s'allontana. Le sue mascelle hanno una contrazione di spasimo profondo.
20 dicembre
Coloro che hanno occupato i vari ricoveri della citta hanno cercato di accomodarvisi alla meglio, organizzando i piccoli servizi di assistenza. Ho l'impressione che nessuno voglia mollare. Sono tenaci questi miei concittadini che si attaccano alle rovine della citta come l'edera si attacca ai vecchi muri dei giardini.
Anche oggi come il solito, sono passato a visitare tutti ricoveri. In quello dell'arcivescovado c'e un vecchio spilungone, Forse an ex corazziere. Piagnucola, si lamenta che è trascurato e che non gli è data quella assistenza che si merita. Gli fanno eco in coro le due sorelle che vestono abiti in stile ottocento.
Nel ricovero di S. Rocco ho trovato stipata tanta gente. Tutti sono presi da una specie di ossessione per la corrente d'aria: se la porta rimane aperta anche per poco sono cento voci che protestano. La signora Zivkovich controlla, come un cerbero, l'igiene di quel budello sotterraneo. il signor Galli Aldo, impiegato statale, è il simbolo della fedelta al dovere spinta all'interpretazione letterale. In quella oscurita, illuminata dalla luce fievole di un fanalino a petrolio, egli è sempre distinto nel portamento, intento a leggere i suoi libri. Dai ricoveri del Tribunale e dei Cinque Pozzi mi sono diretto a quello situato sullo stradone C. Battisti. Lungo le pareti sono ammucchiati materassi, fagotti, casse. Ogni dieci passi una candela, un lumicino. Ho rivisto i Rossi, i Caizzi i Lipari e tanti altri.
I giovani erano raccolti in fondo, sulla scalinata che dava nel parco. In gruppo cantavano per dar coraggio ai vecchi. Uno di essi mi dice queste testuali parole: « don Giovanni, che spagheto, che fifa, ma cossa el vol, se no cantemo nos, qua dentro tutti i pianze; va ben pregar, ma ogni tanto sta anche ben petarghe una cantada ».
Giovanni Lovrovich
(continua)
(Le prime due puntate del diario nei nr. 105 e 106 del 19 e 26 ottobre).