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Didascalia: Elena Deragna, Roberto Peliti e Alfio Decleva durante la premiazione allo Stabilimento Tipografico «Alba" a Roma nel venticinquennio di intensa, positiva attività aziendale
Non è stata una cerimonia con crismi ufficiali, con discorsi infarciti di stantie frasi lapidarie, di lodi distribuite a piena bocca, e soltanto con quella, no, non è stata una cerimonia, 'ma una bella festa del lavoro, dell'operosità, della comunione d'intenti e di fatiche, quella svoltasi il 19 dicembre a via dei Granatieri, in Roma, per ricordare il 25o anniversario della fondazione dello Stabilimento Tipografico «Julia». L'amicizia e la collaborazione che mi legano da tanti anni ai titolari dell'azienda, la stima e la simpatia che corrono tra me e le maestranze, mi hanno valso l'onore di essere designato a ricordare l'avvenimento nella forma più semplice, più familiare, non solo al personale, ma a giornalisti, a scrittori, che in vario modo hanno dato il loro contributo allo sviluppo ed all'affermazione dello Stabilimento.
A Fiume, una giovinetta di sedici-diciassette anni, Elena Deragna, per ragioni che dall'interessata mi è stato proibito di riferire, per eccesso di modestia, e che sono di alto valore morale e politico, quando già pesanti nubi, foriere di una spaventosa tempesta, si stavano accumulando sugli orizzonti d'Europa, venne a trovarsi a capo di una tipografia. Rivelando un'insospettata energia, un incredibile senso pratico ed organizzativo, questa giovinetta guida, ascoltata e rispettata, la sua azienda fino al 1947 quando, pagando anche lei, come noi abbiamo pagato, la follia di una guerra perduta, viene in Italia. I tempi sono duri. Ancora stanno rientrando prigionieri da paesi lontani; le strade delle città più colpite corrono tortuose tra cumuli di macerie dalle quali, si può dire, si levano ancora fili di fumo d'un incendio non completamente domato; campi di raccolta per profughi, apolidi, sbandati, costellano dolorosamente la Penisola. E' un'Italia prostrata quella che ci accoglie, ma è anche un'Italia che vuol rinascere, che vuol vivere, come un ammalato che riapre gli occhi dopo un difficile, dolorosissimo intervento chirurgico e si guarda intorno con stupore e si tocca le bende umide di sangue e raccoglie le poche energie che gli rimangono per aggrapparsi alla vita. Elena Deragna incontra il comandante Roberto Peliti, un uomo che, pur nato da ricca e nobile famiglia piemontese di antiche e pionieristiche tradizioni di lavoro, aveva valuto costruirsi l'avvenire con le sue forze, la sua intelligenza, la sua volontà e, giovanissimo, si era imbarcato come mozzo. I due giovani sposi vivono, come tutti noi, alla giornata, sognando qualcosa di solido, di concreto. Che fare? Come cominciare? Ma la signora Elena possiede una licenza di lavoro ed è profuga ed ha una lunga esperienza nel campo tipografico! Ecco l'idea da realizzare! Poiché l'unione fa la forza, ai due si unisce un valoroso ufficiale di marina, il comandante Luigi Cugia di Sant'Orsola. Le difficoltà sono tante, ma quando c'è la volontà, l'ingegno, la giovinezza, quando si è conosciuti e stimati per la rettitudine, l'onestà, tutto si riesce a superare. Viene trovato il locale a via Monterotondo; lo si adatta; arrivano le prime macchine e le prime maestranze. A queste ci ha pensato la signora Elena, che per le città d'Italia è riuscita a ripescare i suoi vecchi compagni di lavoro, profughi da Fiume, gente seria, preparata, decisa a rifarsi una vita. Con dieci operai, di cui uno solo non profugo, la «Julia» inizia la sua attività. Il primo rumore delle macchine è canto di dolore e di speranza. Elena Deragna, instancabile allora come oggi, da mane a sera inchiodata al tavolo di lavoro, a tutto provvede, tutto controlla, 'mentre i due soci, assolutamente digiuni di piombi, di caratteri tipografici, di inchiostri, di composizioni... si danno da fare nella vasta cerchia delle loro amicizie e conoscenze per accaparrare clienti, per risolvere problemi burocratici e finanziari. Si lavora sodo e in armonia. Manifesti pubblicitari, etichette. dépliants, bollettari, registri... si stampa di tutto. Intanto nella fervida mente di Roberto Peliti matura un'idea: far rivivere in facsimile per ia cultura italiana, e non soltanto per questa, capolavori del passato. Nel 1959 si rende disponibile un vasto capannone in quella che, un po' scherzosamente, veniva chiamata la «zona industriale» dell'allora Villaggio Giuliano: un forno; tre falegnami; una fabbrica bandiere; una officina; un piccolo stabilimento per la 'lavorazione di carni suine!, A queste «industrie» va ad aggiungersi la «Julia» e, 'in un secondo momento, la tipografia Cervai. Si può anche sorridere all'aggettivo «industriale», che fa pensare a fumanti ciminiere, a schiere di lavoratori, a statoilimenti sterminati, ad urlo di sirene, si può anche sorridere, ma ci si può anche commuovere colti da ammirazione per la nostra brava gente che arrischia, che suda, che si afferma e fa onore alla terra da cui proviene. Il
comandante Cugia di SantOrsola, interessato da attività a lui più congeniali, con rammarico lascia la «Julia-, cui rimane legato da un affetto che si esprime con la stima e l'amicizia, 'mai venute meno, per i Peliti. Con sacrifici ed impegni finanziari di cui nessuno sospetta il gravame, si rinnovano macchinari, si amplia, per quanto possibile, lo stabilimento, ci si aggiorna sui più moderni mezzi tecnici della stamperia. Roberto Patiti s'appassiona a quest'arte; la studia; la penetra; ne diventa un esperto ed a questo punto comincia a realizzare la sua idea: facsimili e, con essi, opere moderne di letteratura, di storia, di archeologia, di sociologia. Le maestranze, aumentate di numero, per l'inesorabilità del tempo, rinnovate quasi tutte, s'appassionano a questo nuovo genere di stampa che richiede intelligenza, precisione, senso del colore. I fac-simili sono lavoro di «équipe». La radio e la stampa cominciano ad interessarsi ai capolavori che escono dallo Stabilimento Tipografico «Julia» con un marchio riproducente un'antica navicella sospinta da un solo rematore e la dicitura: -Roberto Peliti marinaio stampatore». Sui maggiori quotidiani, su riviste italiane e straniere, si possono, di quando in quando, leggere titoli come questi: «Ex ufficiale della marina resuscita libri antichi» Sotto le ruote dei jet l'antico porto di Roma il divorzio nei secoli Classici in fac-simile... Tra le rinnovate maestranze, naturalmente, numerosi i figli dei profughi. Una cinquantina di dipendenti, oggi, che il 19 dicembre, dopo aver normalmente 'lavorato tutta da giornata, nelle prime ore del pomeriggio hanno saputo trasformare lo statoilimento in un salotto: tutto è lindo, lucido, pulito, infiorato. La loro casa di lavoro è pronta ad accogliere, per le 17, gli ospiti, tanti. Ci sono lunghi tavoli con su teche racchiudenti copie dei migliori libri stampati, ultimo in ordine di tempo -Profili sulla sabbiadi Assia Busici Vici Olsoufieff, che ho avuto il piacere di presentare e commentare nella sala degli Arazzi al museo di Roma, I'll dicembre scorso; tappeti, seggiole... da dove saltano fuori tutte queste seggiole e le tovaglie rosse? Ah, dalla parrocchia! Collaborazione. Tovaglie bianche su lunghe tavolate per la bicchierata finale, con la quale si festeggeranno i dipendenti -venticinquenni», «quindicenni» e «decenni», rispettivamente premiati con medaglie d'oro, d'argento e di bronzo, accompagnate da diplomi in pergamena, stampati «ad perso-nanicon artistica fattura; e diplomi ci saranno per tutti, operai, giornalisti, scrittori che, come dissi, hanno contribuito all'affermazione dello Stabilimento «Julia». Le prime due medaglie d'oro, con i diplomi firmati da tutte le maestranze, vengono consegnate da uno dei più giovani «veterani» dell'azienda, il fiumana Alfio Decleva, ad Elena Deragna e Roberto Peliti. Momento di commozione perché affiorano ricordi lontani. Di carta o pergamena che sia, un diploma è la tangibile testimonianza di un'opera compiuta, di un 'merito conseguito, ma soprattutto è il segno di un traguardo raggiunto, conquistato con le proprie fatiche, ed è motivo di orgoglio e stimolo verso nuove conquiste. A queste hanno lietamente brindato tutti i presenti. BEPI NIDER