IV
Egli era fatto così: poteva distendersi solo nel deserto; se qualche rumore superstite si faceva ancora sentire, tosto egli tornava in stato di allarme e si rimetteva in guardia, tendendo cervello e stomaco. corrugando la fronte e stringendo i denti, ma se poi capiva che si era trattato di falso allarme, se si rendeva conto che non vi era proprio nessuno, allora tornava quello vero, quello buono, e si lasciava andare. Come è bello il deserto, anche a stomaco vuoto, anche quando si è costretti a fiutare l'odore del bel minestrone alla milanese, con verze e cotenne, quando fa freddo, quando manca tutto e si sa che nella nostra abitazione manca ancora di più, ebbene tutto passava in seconda linea, il fatto di potere stare solo dava una sensazione gaudiosa.
Ma, piano solo, Marco non era mai veramente solo, con precisione egli non sarebbe stato in grado di spiegare questa sua sensazione, ma era così, quando tutti scomparivano in quel falanstero, e solo neve e silenzio si facevano capire, in quei momenti, Marco diventava tenero e aggraziato, verso chi? Boh, questo non era chiaro, ma ecco quanto avveniva in quei periodi: Si slacciava la cravatta, per sentirsi più libero, allentava tutte le cinghie e le coramelle sulla propria persona, cioè giarrettiere, cintura, eventualmente bretelle, e cose analoghe («cose» che avevano sapore di «istituzioni»), allontanava la cadrega dalla scrivania, si assicurava che la tendina (messa da poco) alla finestra fosse ben chiusa in modo da non lasciare trasparire sguardi indiscreti (ma questa era una precauzione inutile, perché di fronte non esistevano più case), e infine si metteva seduto molto comodo, anche se un po' maleducato.
Si sdraiava letteralmente su quella scomoda seggiola scricchiolante, si abbandonava, e guardava il muro, quel bel muro coi suoi bei disegni a colori. Forse socchiudeva gli occhi, forse sonnecchiava, forse ma non è sicuro, e allora iniziava lo spettacolo.
Attraverso le ciglia socchiuse, i disegnini della parete cominciavano ad agitarsi, i cavallini si muovevano, le personcine balzavano in groppa ai cavalli, i fiori si arricciavano e rabbrividivano, tutto camminava, tutto andava, e Marco una volta sentì proprio un forte profumo di rose. Quello fu il primo segno, da quel momento egli si rese conto che lì, in quello stambugio e non altrove viveva la sua vita effettiva. Se in quei momenti egli azzardava una lieve mossa, e sbirciava alla sinistra verso il quadretto che raffigurava il giardino settecentesco, si rendeva conto che anche quel giardino aveva ripreso vita e colori, e da esso veniva un venticello tiepido, e quei fiori si agitavano senza possibilità alcuna di dubbio.
E allora Marco si trovava in mezzo a una vegetazione allegra, speranzosa; viveva un'altra vita, un'altra dimensione, tutto era bello, tutto cambiava colore, tutto andava bene, e alle volte un breve sonnellino lo metteva nelle condizioni di sognare in pochi secondi avvenimenti piacevolissimi che duravano tanti anni, e quindi si trattava di una grande fortuna. In definitiva cosa importava a Marco vivere in quel dicembre del 1945 (forse eravamo già nel gennaio o nel febbraio del 1946), in mezzo a tanta zavorra, quando poteva rifarsi vivendo pochi secondi di felicità, ma pochi secondi che diventavano lunghissimi di durata e di sensazione?
Quale delle due era la sua vera vita? Evidentemente quella sognata nel bugigattolo, al secondo piano della Via Cesare Correnti, da dove vedeva, oltre alla neve per terra, oltre alle macerie che si estendevano per centinaia di metri, oltre al campanile spezzato in due, anche la vita interna, intima, interiore della sua stanzetta, la vita piena di calore e di colori e di fauni, di cavalli, di fiori; il paradiso terrestre infine. E un giorno volle fare una prova, comperò per pochi soldi, nel magazzino di terza classe sotto lo studio, un aggeggio costituito da un mucchietto di vetrini leggeri appesi, che al minimo soffiar di vento facevano sentire un suono delicato: tin tin tin, e lo appese nel suo studiolo. Quando si metteva in quella posa che sapete, quando si metteva seduto sulla cadrega a sognare, soffiava forte verso I lastrini, e quelli
si muovevano e gemevano debolmente, e alle volte si agitavano più forte e trillavano, quando poi non emettevano note musicali educate, che alle volte ricordavano pezzi classici, magari operistici.
Ebbene, siete liberi di credermi o non credermi, un giorno Marco voleva intensamente una risposta a tanti suoi dubbi, i dubbi non erano chiari nemmeno a lui, ma sapeva di avere un grosso problema in gestazione, tutto ciò che riguardava il mondo cerebrale di Marco era enorme, egli voleva e pretendeva una risposta a tutti i problemi che da secoli affliggono l'umanità.
E quella volta egli aveva messo sul tappeto il grande problema di sempre, il problema che riguarda tutto, il tutto, la grandezza dell'universo e la grandezza del nulla, egli era oscillante tra il sì e il no, tra la universalità e lo zero, e con una certa iattanza pose questo problema sulla bilancia e lo sottopose a..., già, a proposito, a chi egli sottoponeva questi problemi?
Stette un attimo incerto, anche lui era stato preso da questo dubbio, a chi poneva le domande, ma non ci stette a pensare troppo e ripropose il problema, tutto o niente, lo pose proprio così, tutto o niente, e si mise nell'attesa della risposta, ma prima ancora di avere finito di formulare il quesito, lo ritirò e decise di fare una modifica più simpatica, più egoistica, più umana, più maschile, ma meno filosofica, aveva deciso di cambiare la formula, non più tutto o niente. ma una domanda più semplice e più simpatica, più utilitaria, più opportunista, e cioè: verrai?
E così avvenne, Marco chiese: «Verrai?», e la buttò là con aria distratta, allungando le gambe sotto la scrivania, sprofondandosi non già nella sua poltrona, perché lì non vi erano poltrone, ma in quella seggiola che in quel momento era diventata più che una poltrona, un trono.
Si allungò, si distese. raccolse tutte le energie metafisiche e metapsichiche, fece appello a tanti sentimenti universali in giro e di corsa per il cielo e per la terra (in quel momento gli venne a mente «vi sono più cose in cielo e in terra, che nella nostra filosofia») e propose la domanda; ma con un tono energico imperativo, era una domanda ufficialmente, ma in sostanza era un imperativo: guai se rispondi di no. Dunque, disse con energia: «Verrai?»
Si allungò ancora di pìù e soffiò forte sui lastrini, i quali tintinnarono dolcemente, e con garbo e timidezza fecero uscire una voce delicata, una voce di giovane ragazza bionda, che diceva: «Sono già qui». Marco era sicuro di ottenere una risposta positiva, ma ciononostante si sentì morire, e dovette stringere i denti.
Non era buio, anzi veniva tanta luce dalla finestra, e dunque niente paura di spettri; non vi era niente di funesto per l'aria e dunque anche sotto questo profilo poteva stare sicuro, però. però quel sentire la voce, la «sua» voce, che diceva «sono già qui., era un colpo. E adesso cosa succederà?
CALANDRONE
(Le puntate precedenti nel numeri 3. 4 e 5 del 19751.