Troviamoci tutti a Milano
Ogni anno e dopo ogni raduno di campanile, sorgono perplessità e spinte per la scelta di località per il prossimo incontro. Ogni campanile fa le sue scelte di località a tempi diversi da quelle degli altri. Capita che si scelga la stessa città, ma con tempi diversi, come ad esempio, l'anno scorso a Rimini si sono incontrati i dalmati e due settimane dopo i fiumani. Perché non si fa un unico raduno, dato che abbiamo esigenze d'un incontro globale? Ci potremmo riunire in una città grande come, ad esempio, Milano dove si trovano strutture per accogliere tutte le comunità. Ho provato ad immaginare un raduno generale giuliano-dalmata a Milano: un venerdì e sabato mattina di primavera-estate o estate-autunno, nel periodo di vacanze dei giovani, i dalmati potrebbero ritrovarsi, ad esempio nella zona Sempione, i polesani nella zona Garibaldi, i fiumani nella zona Venezia, gli istriani nella zona Ticinese e triestini-goriziani nella zona di Porta Vittoria (si fa per dire, tutto da stabilire). Tutte queste zone dispongono di strutture (alberghi, sale riunioni, ristoranti) che potrebbero accogliere i partecipanti. Sabato pomeriggio-sera e domenica, le comunità si potrebbero riunire, in un incontro globale, nel Centro; con l'aiuto del Comune di Milano, si potrebbe organizzare manifestazioni, come ad esempio, l'ingaggio dell'orchestra e coro della Scala (è stato già fatto). Con un raduno parziale-totale, potremmo approfittare per sviluppare i contatti e gli incontri tra le comunità e far sentire di più la nostra presenza in una città, come Milano, che conta. Ho buttato giù questa proposta (ci sarebbe ancora molto da dire), che spero sia accolta e fatta propria dai Comuni, giornali, associazioni, organizzazioni che assieme, in un clima di collaborazione reciproca che a tutt'oggi non esiste, possano varare un programma, se non per 1'81, per 1'82.
Mi sono chiesto, più volte, perché i raduni dei campanili, si fanno in luoghi e tempi diversi; è uno spreco che invece, in altro modo, potrebbe essere strumentalizzato. Per la nostra sopravvivenza, dobbiamo renderci conto che, per importanza, prima dell'uomo esule, viene il campanile; prima del campanile, viene la comunità e prima della comunità vengono tutte le comunità. Questa solidarietà, con cerchi concentrici sempre più importanti, si ferma alle comunità giuliano-dalmate; al di là di questi confini abbiamo solo «nemici». Ed è su questi parametri che invito l'esule alla partecipazione attiva, a sentirsi coinvolto, a riflettere e sentire più dell'«io», il «noi». E' finito il tempo del «si salvi chi può» ed è ritornato il tempo del «ti con nu, nu con ti». E quello che uno dà a tutti, da tutti ritornerà all'uno. Invito ogni esule a «dare» più che può, ad adoperarsi alla riunificazione ed alla coalizione della nostra gente. Invito gli organizzatori dei raduni a mettersi assieme per varare un programma per un raduno unico. Potremo così coinvolgere i mezzi di comunicazione di massa perché, numerosi, non passeremo inosservati come a Rimini o Senigallia; e noi abbiamo bisogno che i mezzi di comunicazione parlino di noi e portino sul tappeto i nostri diritti, finora disattesi, e li attualizzino. L'art. 51 della Carta delle Nazioni Unite prevede la lotta armata dei popoli invasi dalle potenze straniere. Si richiama infatti all'antico detto latino: «Vim vi defendere omnee legee omniaque Tura permettunt». Respingere la violenza con la violenza è permesso da tutte le leggi e da ogni diritto. All'art. 51 ricorrono i palestinesi per giustificare la lotta armata per una soluzione militare poiché quella politica è finora fallita. Più volte mi è stato chiesto come mai il popolo giuliano-dalmata violentato non abbia reagito come quello palestinese. La mia risposta è stata sempre: «perché abbiamo una cultura civica radicata che ci impedisce l'uso della spada». Ma è una risposta che considero semplicistica, lacunosa. La verità forse sta nel fatto che le nostre comunità sono state addomesticate durante le secolari dominazioni straniere.
Senza santi petroliferi
Mentre per i salvadoregni, i saharaui, i palestinesi ecc. si organizzano movimenti, dibattiti, conferenze, ancor oggi, dopo più di 30 anni si teme di parlare dei 350 mila (e quello che resta) profughi-esuli giuliano-dalmati; si preferisce credere che non esistano. Sul «Corriere» del 22 febbraio 1981 Maurizio Chierici, nel presentare il libro di Cremonese «La cooperazione italo-araba» così scrive: «L'Europa mantiene col mondo arabo un rapporto di amore-odio, di rispetto e prevaricazione, di amicizia troppo spesso calcolata in barili di petrolio. Lo stesso problema palestinese raramente tiene in considerazione solo il dramma dei profughi e i riflessi di disordine sociale che tre milioni ,di emarginati, mantenuti dalla solidarietà internazionale possono alimentare appena dall'altra parte del Mediterraneo. "Il nostro è il secolo dei profughi", scrive Heinrich Bòll, "nessuna migrazione del passato può paragonarsi ai milioni di persone scacciate dalle loro case per ragioni politiche..." Ed ecco che i palestinesi diventano i protagonisti della nostra realtà solo quando il terrorismo o il ricatto energetico uniscono alla loro inquietudine il nostro disagio». Allora sembra che noi siamo «out», senza carte da giocare perché, in questa nostra «democrazia» di rapporti di forza, non buttiamo bombe e siamo senza santi petroliferi.
In due anni i maggiori quotidiani hanno pubblicato una cinquantina di mie lettere di denuncia e protesta, centrate contro lo Stato, sui problemi dei profughi-esuli giuliano-dalmati, che non mi appoggiano. Se sapessi illustrare graficamente la scena, la rappresenterei così: un'arena dove ci sono io che continuo accanito, con la fionda, a lanciare sassi ad un toro impassibile che non accetta la sfida perché gli fa comodo di non essere coinvolto. Sugli spalti, il pubblico degli esuli, che invece di aiutarmi, se ne sta lì con espressione ebete: nessun segno d'incoraggiamento, solo qualche protesta per qualche sasso di rimbalzo. E' mia speranza che gli esuli scendano nell'arena a lanciare sassi, e allora il toro non potrà più ignorarci.
Quanti i «meneghini»
Dal Comune di Milano ho ottenuto il tabulato dei nati nelle Province e Comuni dei territori ceduti o occupati della Venezia Giulia e Dalmazia. Il numero è di 2.756, tutti residenti a Milano (sono esclusi quelli della Provincia). Il tabulato porta il cognome, nome, anno, mese, giorno di nascita, luogo di nascita, indirizzo a Milano. Il tabulato comincia con il luogo di nascita (da Abbazia a Zara). Da un primo sommario esame, quasi tutte le persone giuliano-dalmate di mia conoscenza, non risultano nell'elenco. Ciò vuol dire che a Milano siamo più di 2.756. Comunque è un grande passo avanti considerando che i nominativi registrati, dall'indirizzo incerto, presso l'Anvgd di Milano sono solo 600, buona parte dei quali non risultano nel tabulato. Calcolando che Milano ha una popolazione di 1.600 mila abitanti e noi siamo 2.756, in difetto, vuol dire che nella Provincia (4 milioni di abitanti) siamo più di 6.750 che con i discendenti, non registrati perché nati in altri Comuni italiani, potremo avere forza e peso se sapremo organizzarci. E' mia intenzione, se riceverò aiuti finanziari, di caricare i nominativi su di un elaboratore di Milano e completarlo con i nominativi che vorrei ricevere da tutte le organizzazioni, giornali e da qualsiasi esule che potrebbe ottenere l'elenco dall'assessore di Stato Civile del suo Comune di residenza. Ritengo indispensabile, per qualsiasi azione presente e futura, istituire questa banca di dati sui giuliano-dalmati. Per realizzarla ho bisogno della collaborazione dei nostri esperti in informatica, anche per centrare la migliore codifica. Ma soprattutto mi sono necessari i fondi che potrebbero essere raccolti con una sottoscrizione da tutti i giornali dei profughi.
Ho appreso che è in preparazione una legge globale per le minoranze e noi giuliano-dalmati non ci siamo tra le 12 comunità che beneficieranno di questa legge. Ho telefonato all'on. Gruber Benco che ha presentato un disegno di legge nel merito, che con quelli presentati da altri partiti, partorirà un testo unico. Ho chiesto come mai il popolo profugo giuliano-dalmata non è stato inserito e lei mi ha risposto che le mancavano i dati, che con tutto quello che deve fare, e tantissimo senza supporto, non è in grado di fare delle ricerche e che se noi potessimo presentare una relazione sintetica (ha detto: cibo premasticato) l'avrebbe elaborata e avrebbe presentato il disegno di legge, perché è più che disponibile per la nostra gente. Sono stupito e amareggiato che i nostri vertici addormentati non abbiano pensato e abbiano trascurato questa possibilità. Poi quando i giochi sono fatti e saltano fuori leggi e trattati come quelli di Osimo, urlano come oche denunciando l'ingiustizia. So già che a seguito di questo scritto, e per l'ennesima volta, si riaprirà il dibattito astratto se siamo italiani o minoranza etnica ed io per l'ennesima volta dirò che noi siamo dalmati, istriani e fiumani; quindi un gruppo etnico, quindi minoranza, quindi con diritto a tutela. Ma siamo anche italiani! Diranno che noi non siamo minoranza perché non abbiamo più territorio; ma dove sta scritto? La nostra minoranza, in via di estinzione per mancanza di strumenti e mezzi per la sopravvivenza, ha più di tutte le altre bisogno di aiuto
e attenzione. Ma noi, come al solito, anche per ignoranza, giochiamo male le nostre carte o le buttiamo sul tavolo senza giocarle. E se i nostri vertici non sanno preparare quanto la Gruber Benco ci chiede e allora che si dimettano, dichiarando la loro incapacità e incompetenza; siamo stufi di avere una leadership che a convegni e congressi fa dotte e interminabili digressioni sul sesso degli angeli, senza mai scendere sul terreno concreto.
Forza dei campanili
Uno degli errori dell'Anvgd è stato quello di aver trascurato le relazioni con i «campanili» o di averli considerati come concorrenti. Non ha capito che per avere forza e per intraprendere qualsiasi azione globale efficace, avrebbe dovuto prima costruire una vera e solida base di appoggio e collaborazione con le Famìe e le comunità. L'Anvgd ha creduto in un inesistente pangiuliandalmatismo, in cui il profugo annulla la sua cultura di gruppo per diventare un «soldato» giuliano-dalmata e muoversi inquadrato. Fallimento completo perché le diversità culturali tra i piccoli gruppi sono talmente radicate e forti che è impossibile una fusione in un unico calderone. Si può invece ottenere un consenso soltanto sulle differenze di campanile con una continua inter-comunicazione tra i gruppi. Quindi, la costruzione di una organizzazione nazionale efficiente, doveva e deve partire dalle comunità di base; e non viceversa.
Un altro errore dell'Anvgd è stato l'insistente musica monocorde sul nazionalismo italiano (il profugo non dimentica che se siamo stati spogliati dagli uni, gli altri anziché soccorrerci...), accompagnato da falsa retorica, e non aver puntato invece sul nazionalismo istriano, fiumano, dalmata, di minoranza di cultura veneto-italiana, sentito dall'esule e dalle Famìe che hanno emesso il bip... bip... ignorato dall'associazione.