foto Piazza del Municipio a Dignano d'Istria Là ch'a sta preti a no sta frati. Si diceva se qualcuna mangiava di malavoglia perché aveva fatto uno spuntino prima di mettersi a tavola, o mangiava poco perché beveva troppo, ma anche di chi trascurava la famiglia o il lavoro, attratto da altri richiami. Feinta ch'al dreito se leiga la scarpa al suto se la marcia. Oun suto e oun dreito i dseiva insenbro par la cal, ma al dreito se jò stufà presto da caminà col suto e al dal dsèi ananti culo; de là oun fià a no ghe se dismuja doute dui spighite dele scarpe e al deve fermase par ligasele soul sgalidein de ouna porta e cusèi al suto jò ciapà vanto e a vultandose, al ghe deis: «Feinta ch'al dreito se leiga la scarpa, al suto se la marcia!». Si ripeteva per coloro che, credendosi da più degli altri, li scavalcavano con albagia, salvo a vedersi poi superare per cause le più varie ed imprevedibili, proprio da quelli che avevano disprezzato come insipienti, gente da nulla, oggi si direbbe di «serie B». Al caro no curo s'a no se ounse le riode. Facilmente comprensibile: per ottenere un favore, bisogna offrire in cambio qualche cosa. A dsì mejo ch'a vansa che no ch'a manca. Si diceva, con un mozzo sorriso, per dileggiare chi indossava un indumento di misure eccessivamente abbondanti. Co' de cor no ven, nè reldl nè cantà no se poi ben. A dsì difeislle inijutèi amaro e spoudà dulso. Volevano dire entrambi quanto sia difficile fingere sentimenti non spontanei, apparire allegri se il cuore piange. Uccia