foto L'8 gennaio prossimo ricorrerà il 35o anniversario della morte del maestro Nicolò Bucavelli, nato a Pola il 18 gennaio 1875 e morto nella sua città 1'8 gennaio 1946, un anno prima dell'esodo. Marito, padre e cittadino esemplare, ebbe sempre vivo il culto della famiglia e della patria. Appassionato musicista, cantò con popolare, indimenticabile melodia la sua Arena, all'ombra della quale riposa. Il 28 ottobre scorso, in occasione dell'ottavo pellegrinaggio istriano del Circolo giuliano-dalmata di Genova, Antenore Bucavelli, figlio minore del Maestro, venne ad incontrarmi sulla foiba di Basovizza, e là, nella suggestiva luce crepuscolare, di fronte alla croce di lumini ardenti, da noi posti sull'enorme lastrone di cemento che chiude l'orrenda voragine, mi consegnò una fotografia e alcuni fogli scritti che ricordano suo padre. In uno di quei fogli è trascritto il testo della commemorazione in memoria di Nicolò Bucavelli, trasmessa da Radio Pola del gennaio 1946, mentre il coro a bocca chiusa cantava «La mia marna me ga dito» per ricreare l'atmosfera polesana: Giorni indrio xe passà davanti l'Arena un funeral. Iera morto un dei fioi più cari de 'sta veda 'Rena. Un vero vedo polesan, che con l'arte dela musica el gaveva cantà tuto el suo amor per 'ste vece piere. Iera morto el maestro Bucavelli. E lu, che in vita el gaveva messo in musica le parole: «son nato drio la 'Rena e là voio morir...», el ga mantignù la promessa, e adesso el riposa vizin de ela. E mi penso che quando ch'el ghe xe passà davanti, el suo vedo cuor gabi da' un colpo, l'ultimo, come un estremo saluto per la sua Arena, che la lo seguiva coi sui grandi oci nel'ultimo viagio. Ma se noi, disperadi, ghe gavemo dito «Adio, Nicoleto», ela inveze la ghe gavarà sussurà: «Vien qua, vien qua, vedo mio, vizin de mi. Vien a riposar i tui ossi, strachi de tanto lavor. E non star avilirte, ché ti non ti son miga morto! Ti ti son vivo nei canti che ti ga lassà per la gioventù e che te ricordarà sempre insieme a mi. Vien qua, fio caro, e riposa. Te go 'spetà tanti ani, el tuo sono lo veiarò mi». A questo punto il coro attaccava forte: «Vedendote, mia 'Rena, commosso sento el cuore, l'anima sento piena de patrio santo amore. Pensando ala tua storia de un tempo assai lontan, mi calcolo sia gloria ciamarse polesan. Son polesan sicuro... qualcossa xe da dir? Son nato drio la 'Rena e là voio morir». Giunto a Pola e recatomi con gli amici al vecchio cimitero di Monte Ghiro, dopo la sosta, in mesto raccoglimento, di fronte alla tomba di mio padre, ho girato a lungo e in largo tra i viali e i cipressi, soffermandomi davanti alle tombe di tanti cari amici e conoscenti scomparsi: medaglia d'oro Riccardo Bombig, tenente dei bersaglieri, Ezio Bacchetti, tenente pilota, Ugo Mioni, tenente di fanteria, Ludovico Artusi, tenente paraca dutista della «Folgore», tutti gloriosamente caduti per questa patria immemore e immeritevole del loro sacrificio. E poi Guglielmo Fodor, padre dell'amico Alfredo, Andrea Rude, cartolaio sebenzano, trasferitosi a Pola dopo l'abbandono della Dalmazia da parte delle truppe italiane. Era con me il giovine Bepi Rude (82 primavere), fratello di Andrea. E ancora davanti a quella delle povere e innocenti vittime dell'odio straniero, uomini, donne e bambini, dilaniati nel 1946 a Vergarolla dallo scoppio di un micidiale ordigno di morte, posto su quella spiaggia da mani ignote a noi ben note. E quella della famiglia Usmiani, originaria di Arbe. Su quest'ultima l'amico Antonio ilsmiani, generale degli alpini, fatto incidere la famosa frase di San Girolamo: «Parce mihi, Domine, quia dalmata sum». E ciò, come mi ha scritto Antonio, «perché coloro che vi sono sepolti e quelli che li seguiranno, devono essere perdonati, in quanto, malgrado la travagliata vita trascorsa, le disillusioni e umiliazioni patite, sono rimasti tenacemente fedeli alla loro Idea, com'è nel costume dei dalmati». Per ultimo ho sostato davanti alla tomba di Nicolò Bucavelli, sulla cui pietra sta scritto: A Nicolò Bucavelli gli allievi che alla gioia musicale serenamente educò. Tra i fogli donatimi da Antenore Bucavelli, ho trovato le parole e lo spartito musicale di una nota canzonetta popolare, dal titolo quanto mai significativo e tuttora attuale: POLA A REMENGO (parole di Vascotto, musica di Bucavelli, primo premio al concorso per il Carnevale di Pola 1924 con il motto «La grizolada») 'na volta a Pola ierimo un fia' tuti signori, no' ne mancava un'ostriga, né fliche né lavori. Con le scarsele carighe, batudo el tacuin, la festa in Siana 'ndavimo a far el marendin. Ritornello: Co' lavoravimo 'ne setimana, a la domenica iera bobana. Se la blangiavimo fora lontan, po' là de Sicola soto '1 teran. II Ma adesso, Pola credime, ti no' ti xe più quela, più no se marcia in gringola, xe svoda la scarsela. Adio cren e luganighe, adio caro feral... Qua no' xe propio un'ostriga, qua semo al funeral. Ritornello: Co' la tua pegola, i tui malani, ti son neranima dei polesani, e tanto, credime, ben i te vol, che no' i pol dargliela perché no' i poi. III Te bruca Togo i nonsoli, po' te sbagassa el vento, non ti ga gnanca el sindaco, ti son un falimento. Ladri e assassini i bagola al Monte de Pietà, le strasse de noi poveri i ne le ga roba'. Ritornello: Qua no' se mastiga, no' xe più fliche, 'ndemo in America a ingrumar ciche. Più muto inutile xe de sperar; tiremo l'anima per non crepar. Fortunato te, Nicoleto, che hai potuto vivere nella Pola degli anni belli e realizzare il desiderio, brevemente ma mirabilmente espresso nella tua canzone più bella: morire nell'amata città che ti ha visto nascere, «drio dela tua 'Rena». Orlando Devescovi