Didascalia:I «tochi» al mare Una vignetta balneare di Brunetta per El Spin Nelle vecchie province dello «Adriatischee Kustenland», ossia nella città di Trieste col suo territorio, in quella di Fiume, «Corpus Separatum» della Corona di Ungheria, nel Margraviato d'Istria con le isole di Veglia, Cherso e Lussino e nel Regno di Dalmazia, «la mularia» cominciava a prendere contatto e confidenza col mare, suo naturale elemento, fin dalla più tenera età. La Contea Principesca di Gorizia e Gradisca, invece, non faceva parte del litorale adriatico e perciò è fuori causa. Tutti i ragazzi, dalle nostre parti, sapevano nuotare. Io, però, imparai un po' tardi e voglio raccontare come e perché. Prima della prima guerra mondiale, la mia famiglia risiedeva, e da sempre, in Dalmazia, e i miei genitori, in quell'epoca, non pensavano nemmeno lontanamente che, un brutto giorno, avrebbero dovuto abbandonare il loro piccolo mondo antico. Nei mesi estivi di quegli anni felici, mio padre noleggiava spesso una barchetta e mi portava a scorrazzare in lungo e in largo attraverso quella meraviglia della natura che è il porto di Sebenico. La meta preferita era il canale di Sant'Antonio, uno stretto budello di mare che collega il porto stesso con l'Adriatico. Anni fa L'Arena di Pola pubblicò un resoconto del mio ritorno in Dalmazia dopo mezzo secolo d'assenza. In quegli articoli, parlando del canale di Sant'Antonio, raccontavo che in esso vive il dentice della corona. Vive soltanto là e nel Bosforo. C'è chi sostiene, addirittura, l'esistenza di un canale sottomarino che, attraversando la penisola balcanica per un percorso di circa 1.200 chilometri, collega il canale sebenzano con il Bosforo. Secondo questi bene informati, il nostro dentice coronato, quando è stufo di Sant'Antonio, del canale omonimo, di Sebenico e dei suoi abitanti, attraversa senza bisogno di passaporto, il canale sottomarino, e via lui... in vacanza al Bosforo. Poi, quando ha le branchie piene dei turchi e della Turchia, ripercorre il canale in senso inverso e ritorna a Sebenico. Tante volte mio padre tentò di pescarne uno, ma sempre invano. Riprendo il filo del discorso sui bagni di mare, che le avventure turco-dalmatiche del dentice coronato m'avevano fatto perdere. Come vi dicevo, mio padre mi portava in barchetta nel canale, approdava a una spiaggetta solitaria, ancorava la piccola imbarcazione, quindi afferrava la colossale, rossa e dolcissima anguria che s'era portato dietro per gustarla con me dopo la merenda, e la scaraventava in mezzo al canale perché si mantenesse fresca. Compiuti questi preliminari, un po' con le buone un po' con le meno buone, costringeva il suo riluttante rampollo a immergersi con lui. Mi vedo ancora aggrappato alle spalle paterne, che si allontanavano dalla spiaggetta. Ogni qual tanto, quel birichino d'un genitore sapete quale scherzetto giocava al suo diletto primogenito? Si immergeva, spariva sott'acqua e lasciava l'amato figlioletto in preda e balia dei flutti. Urlando come un ossesso. annaspavo nell'acqua, ne ingurgitavo alcuni litri, dimostrando chiaramente, in tal modo, una certa qual naturale propensione a colare a picco come un pezzo di piombo. Papà riemergeva subito e io m'attaccavo al suo collo per non mollarlo più. Probabilmente, nell'animo paterno albergava la segreta speranza che, un giorno, suo figlio avrebbe emulato le gesta sportive di quei supercampioni di nuoto che attraversano la Manica da Calais a Dover, andata e ritorno, come se niente fosse. Non è andata così e non ho mai attraversato nessuna manica. Per fortuna mia, ma per disgrazia dell'erede al trono austriaco, il povero arciduca Francesco Ferdinando, e della sua infelice consorte, la boema Sofia Chotek, che Francesco Giuseppe vedeva come il fumo negli occhi soltanto perché era una semplice contessa e non una arciduchessa del sangue, (ah, Franz, Franz, se vedessi chi sposano oggi i principi e le principesse...!), per fortuna mia e per disgrazia dei due coniugi imperiali, arrivò il 28 giugno 1914 e a Sarajevo successe quel che tutti sanno. Ho cominciato a buttar giù questo articolo proprio ieri, 28 giugno 1978. Sono passati 64 anni da quell'infausta giornata. Mio padre venne richiamato, indossò la «montura» dell'i. r. esercitò, partì, e finirono le mie peripezie acquatiche. «Quando sarò arrivato / ti manderò il mio ritratto / vestito da soldato, / soldato militar. / Soldato militare, / con la bandiera in mano. / Viva il nostro Sovrano / Francesco Imperator». Il ritratto arrivò e ricordo ancora mio padre in «montura», con l'alto berretto in testa, i gradi da caporal maggiore, i cordoni verdi e la tromba: aveva fatto carriera ed era diventato trombettiere scelto di S. M. Cattolica e Apostolica. Mancava soltanto la bandiera in mano. Durante la vita militare, però, aveva imparato un'altra canzoncina, che cominciava così: «Gnanca cl muse no' la vol portar la bereta militar». E per non portare quella «bereta», tanto fece che riuscì ad ammalarsi seriamente. Lo riformarono, depose berretto, gradi, cordoni e tromba, diede l'addio alle armi e l'Austria perse la guerra. Se fosse rimasto, le cose sarebbero andate diversamente: la Defonta sarebbe ancora viva e noi dell'«Adriatischee Kiistenland» saremmo, oggi, a casa nostra e non «soto quei de Osimo, che ghe vegni quel che so mi». Ma il destino volle diversamente. Peccato! A guerra finita, mio padre, ristabilitosi completamente dalla malattia, fu ripreso dalle voglie balneari e nautiche. Un bel giorno, ritenendosi ormai un vecchio lupo di mare, un capohornista, rotto a tutte le tempeste, noleggiò un gozzo a vela e via di nuovo, noi due, sui procellosi flutti del porto di Sebenico e del canale di Sant'Antonio. Improvvisamente si alza un eneverin», un «refolo» capovolge il gozzo, padre e figlio finiscono in mare e corrono il rischio di fare la fine del topo. Per fortuna riuscirono a farla franca, cosicché l'orchestra del Ciscutti non perse il suo futuro contrabbassista e L'Arena di Pola colui che un giorno sarebbe diventato uno dei più prestigiosi collaboratori, per la delizia delle «mule» dai cinquanta in su, che oggi leggono i suoi articoli. Ad ogni modo, per quell'anno, non si parlò più di navigazione d'alto mare nel porto di Sebenico e nel canale di Sant'Antonio, e furono messi da parte anche i sogni di attraversamento della Manica e di doppiaggio del Capo Horn e di quello di Buona Speranza. Intanto, erano arrivate le truppe italiane. L'ammiraglio Millo, governatore della Dalmazia e delle Isole Curzolane, tuonò dall'alto: «Qui siamo e qui resteremo». Difatti, pochi mesi dopo tagliarono la corda. Nel gennaio del 1921, papà, mamma e i loro tre figli, Orlando, Ada e Ferruccio giunsero a Pola. Grande città, Pola! C'era perfino il tram, mai visto prima. A Pola ricominciarono le mie imprese natatorie. Indovinate dove? A Stoia, a Val Ovina, a Valcane, al «Bianco», a Sisplaz, a Val Saline, a Saccorgiana? Nossignori e nossignore. Al Bagno Po-lese. Chi di noi non ricorda il Bagno Polese, in mezzo al porto commerciale? Era costruito in legno, poggiava su palafitte, il reparto uomini a sinistra, verso Vallelunga, nettamente separato da quello delle donne, orientato a destra, verso Scoglio Olivi. Comune a maschi e femmine era la terrazza superiore, centrale, ove si prendeva la tintarella. Vi si arrivava affidandosi alla protezione divina e a barconi sovraffollati, che facevano la spola tra la riva, davanti all'Ammiragliato e il bagno. Lì, con l'ausilio di un paio di zucche galleggianti, «ligade co' la cordela», imparai finalmente a nuotare. Poi, sparì anche il Bagno Polese. Caro, vecchio Bagno Polese, dove ho trascorso tante ore spensierate della mia adolescenza, ti sei dissolto nella nebbia del tempo anche tu, come tante cose care d'allora. Ormai ero grandicello, nuotavo bene e cominciai ad andare a fare il bagno alla piramide di Valcane. Eravamo io, mia sorella Ada, mio fratello Uccio, non ancora soprannomitato «Ganassa», e numerosa altra «mularia». Si andava col tram o in bicicletta. Talvolta, quelli del tram tornavano a piedi per risparmiare i soldi e comprarsi il gelato. La mamma preparava per noi alcuni panini con la marmellata o con la frittatina, per la merenda; aggiungeva un po' di frutta e l'immancabile fiasco di limonata. Prima che ci avviassimo, ci raccomandava più volte: «No' steve butar in aqua prima delle quatro, col bocon ancora sula boca del stomigo, che ve pol far mal». E noi, obbedientissimi, appena arrivati, giù in acqua. Accanto alla piramide, c'era uno spuntone di roccia, alto più d'un metro, dal quale mi tuffavo. Un giorno, che c'era la bassa marea, mi riempii il corpo di aculei di ricci di mare. Da cinque anni a questa parte, il Circolo giuliano-dalmata di Genova organizza l'ormai tradizionale pellegrinaggio novembrino a Pola, per i Morti. Alloggiamo all'Hotel Brioni e ogni anno passiamo col pullman in prossimità della piramide, che non c'è più. C'è sempre, però, lo spuntone di roccia. Una volta, quando stavo ancora bene e avevo voglia di fare bravate, salii su quello spuntone e feci l'atto di tuffarmi. «No, per l'amor di Dio!» gridarono le signore. «No' far el... — mi gridò Carlo Brenco — ala tua età te pol vignir un capogiro, ti caschi, ti te scavezzi l'osso del colo sui scoi e ti finissi in aqua sul serio, te digo mi». Ho seguito il consiglio di Brenco e mi sono ritirato in buon ordine, ma spesso, nel rivangare i ricordi del passato, rivedo quello spuntone di roccia e la piramide che non c'è più. [...] che, a briscola e tressette, le ragazze alle «manete». Rivedo le nostre nuotate, i tuffi, le «tociade», gli scherzi, la nostra gioia, la nostra giovinezza prorompente. Non pensavamo di certo, allora, a quanto ci sarebbe capitato una dozzina o quindicina d'anni più tardi. Quello che ci è capitato lo sappiamo tutti, fin troppo bene, né io ho intenzione di ricordarlo. Ho voluto ricordare solamente i bagni di mare sul litorale adriatico orientale, che nostro, purtroppo, non è più. Orlando Devescovi