Didascalie:
Viale Carrara e Porta Gemina; il fornice a sinistra immetteva sulle strada dell'Arte antica romana, quello a destra al Teatro urbano dello Colonia Julia
Sullo sfondo a sinistra: Capo Compare con la Diga, Val de Figo, Deposito carbone, Valle Fisella, Punta Fisella, Valle San Zeno, Bagno Fiorella, Valle Vergarolla; a destra: Punte Monumenti e Aguzzo; al centro seminascosti dallo Scoglio Olivi: gli scogli Sant'Andrea e Santa Caterina. Nel complesso urbano visibile la cima del Campanile, la Manifattura tabacchi sul lato via Venere Celeste, in parte gli edifici del Tribunale e dell'Autoparco Militare, la via Dell'Arena, la Pz. Ninfeo e, sotto i platani la Fonte Carolina
I resti dì Nesazio
In epoche lontanissime, alimentate forse da emissari ipogei dell'Arsia, numerose risorgive, sgorganti sull'altipiano San Giovanni di valle di Barbana, irrompevano impetuose dalle forre di Monte Borin e Monfiascone invadendo le piane alla Madonna della Saluce. A settentrione di Filippano, tracimato lo sbarramento naturale di Dolo, le acque si rovesciarono sui ronchi di Tegori e del Gorgo fluendo verso il mare attraverso le gole di Momorano, Monticchio e la costiera di Cavrano. Dalle risorgive (260 m s.l.m.), e su un percorso di 10 km, il tortuoso letto del torrente subì enormi corrosioni dovute a vari cataclismi metereologici, che cessarono solo nell'epoca quaternaria neocenica. Nel seguente periodo di assestamento geologico, delle imponenti scaturigini primitive rimasero attive le sorgenti perenni di Santa Maddalena e alla maremma di Costiera, dove l'alveo si allarga 300 m sotto il Castellier Gromazza.
Già allo scorcio del periodo neolitico e all'albeggiare dell'epoca del bronzo, e poi con l'immigrazione di nuove genti al principio del secondo millenio a. C. s'iniziava anche in quelle contrade una civiltà, quella dei metalli. Si cominciarono allora ad abbandonare le oscure caverne ed i recessi delle foreste e a ricercare le ventose cinte delle alture. Avendo avuto luogo questa prima immigrazione di genti mediterranee lungo le coste orientali adriatiche, anche i loro primi castellieri furono eretti nell'Istria meridionale e sulle isole vicine. L'arcaicità di quelle costruzioni, erette sui colli in prossimità di corsi d'acqua sfocianti nel mare, e specialmente dove il fondale basso e pianeggiante favoriva la naturale formazione del sale marino e la sua raccolta, fu confermata dai ritrovamenti effettuati nelle loro necropoli. Durante la prima epoca
del ferro avvennero le grandi immigrazioni dei paleoveneti e la costruzione di nuovi castellieri subì un vigoroso impulso in tutta la regione. Successivamente altri genti, varcate le Alpi, irruppero in Istria soggiogando gli antichi abitatori ed occupando le vetustissime loro dimore, che non erano semplici castelli o fortilizi come potrebbe far supporre il loro nome. Rappresentavano invece dei veri e propri villaggi e cittadine fortificate in cui i castricoli si raccoglievano per trovar difese contro le fiere e gli attacchi nemici. Alcuni rappresentavano cittadine per ampiezza superiori a celebri metropoli dell'antichità, nessuna delle quali raggiungeva più di un chilometro di periferia. Così quando le aquile di Roma spiegarono il trionfale volo da Aquileia al Padue e all'Arsia, i castellieri si tramutarono in castri romani. Ed è con un castelliere, arrocato sulla Costiera del prisco Padus, che inizia la prima pagina di storia dell'Istria.
I villici dei dintorni le chiamavano alture dei Castellieri solitari, ed erano oasi di quiete anche quando l'onda sonora delle campane di Castro Momorano, si diffondeva risuonante e poderosa nella meraviglia desolata della valle. La scoperta turistica di quell'estremo lembo della polesana, sacro all'aurora della sua romanità, avveniva poco più di cento anni fa, quando il geologo Antonio Covaz rivelava, agli studiosi di storia patria, il preciso sito della capitale preromana dell'Istria. Per godere la selvaggia bellezza della valle, dei castellieri e delle alture, bisognava al Bivio Curia Siliana di Marzana, dover scendere nelle scabre conche delle polle Santa Maddalena, e alla forcella della strada per Carnizza raggiungere la molteplice cinta petrosa di Castellier Zucconi. A sinistra, un aspro sentiero inerpicato per un costone smagliante di lauro sempreverde, conduceva in cima ad un'altura dominante l'alveo dell'antico fiume, che i celti avevano chiamato Padue (come il suo fratello maggiore Po, dalle folte pinete e dalle impenetrabili foreste che li accompagnava) e che, storpiato il nome col mutar dei secoli, fu chiamato Padauno (1061), Badolie (1466), Badol (1500), e poi Badò (1600). Su quella cima, circuita da notevoli rovine d'un vallo castricolo che mostrava ancora l'angusta entrata d'un contapegore, si innalzavano scrostate e cadenti le muraglie di San Dionisio.
Documenti dei tempi andati ricordavano l'accorrere a quel vecchio santuario di tutti i fedeli «quando morsicati da cani rabiosi, et qui finita la messa pigliavano delle raspature del Catenazzo della porta della Chiesa et posta nel Calice sacrato la bevono per mano del Sacerdote, e restano sani. Monsignor Saraceno Vescovo, prohibì che adoperassero Calice consacrato, ma che potessero valersi di qualche bicchiere». Trascurato l'edificio e scomparsa anche la porta ed il suo miracoloso catenaccio, a chi saliva lassù restava il fascino di culti più antichi. I culti degli Istri all'Histria Terra, a Silvano e Libero, della selva a Borea e alle altre divinità locali, Eia, Trita e Melosoco, le cui are votive svettavano millenni fa sugli incoronati dossi della Val di Badò, e dentro le possenti mura di quello che Tito Livio chiama Oppidum Nesactium. Nesazio, nome per noi polesi sempre caro, e che sembrava farsi augusto nella solitudine del luogo. Nome che oggi ci dona ricordi più. insistenti. Livio, Plinio, Tolomeo e altri antichi, accennano nei loro scritti a un corso d'acqua che scorreva lungo le sue mura, e al suo deviamento strategico onde obbligarla alla resa nella disperata resistenza alle incalzanti legioni romane di Claudio Pulcro.
Son secoli che nacque in molti studiosi istriani e stranieri, la curiosità di conoscere dove effettivamente sorgessero Nesazio, Faveria e Mutila, diffusamente citate negli annali del sommo storico patavino come distrutte. Già nel Quattrocento, un cancelliere triestino ricco di fantasia, falsando la storia e trasformando in apocrifa cronaca volgare il contenuto dei testi latini, inventava un cervellotico Monte Amulio triestino, dove sarebbero avvenuti la disfatta degli Istri e il suicidio del loro re Aepulo. E a quello scritto prestarono fede storici come Ireneo della Croce e lo Scussa. Peccarono di campanilismo altri indagatori, così il Manzuoli, scrittore capodistriano, che metteva Nesazio in cima al colle Sermino sul fiume Risano, e Giacomo Filippo Tommasini, illustre vescovo di Cittanova, che le poneva sul Quieto. Piero Coppo, valente geografo e cartografo del '500 l'individuava nelle molte rovine in Val Murazzi a Punta Barbariga. Il Cluverio era quasi certo d'averla scoperta all'Arsella, antico toponimo poi storpiato in Rachele, sull'Arsia. Ed in fine, il canonico Stancovich, illustre storico di Barbana, la ritrovava sempre sull'Arsia, al Traghetto, in località Molino Blas. Questa, anticamente chiamata Valle San Lorenzo, ebbe il i riste privilegio di assumere per prima un toponimo straniero, apparso sul confine orientale della polesana nel 1303. Dobbiamo all'illustre storico triestino Pietro Kandler, e alla sua intuizione basata sui toponimi estratti da documenti antichi (T. Livio e Plinio: Nesactium, un geografo ravennate del IX secolo: Mesazo, altri nel 1426 e 1520: contrada Isacij e Ixaci ed i topografi austriaci: Gradina Visaze), se il pisinoto Antonio Covaz, studiso di storia patria e amico di Tomaso Luciani, in una delle sue abituali campagne di ricerche idrogeologiche scopriva nel dicembre del 1866, sulle terre dell'antica contrada di Rumiano (poi Altura) l'ubicazione dell'oppido romano.
Dal grembo di quella terra rossa, durante gli scavi promossi dalla Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, è affiorato con le reliquie delle basiliche cristiane, e con quelle dell'abitato e degli edifici pubblici' dell'epoca romana alla fine dell'impero, un basamento di statua innalzata dai cittadini all'imperatore Gordiano III, che confermava il nome della città tramandato dagli scritti latini. Ma dagli strati più profondi altri ricordi sorsero, reliquie delle età più critiche dei popoli estinti, adombrate da quei miti antichissimi ai quali si collegano l'origine del Quarnero, delle sue isole e la stessa fondazione della nostra amatissima Pola.
Uno sguardo da Sissano
Spiavano attenti, pronti a scattare come molle appena barba Tonici Popazzi, il buon vecchio nonsolo di San Felice e Fortunato, apriva la porta. Sgattaiolavano dentro veloci salendo rapidamente su per l'accidentata scala a bobolo cercando ansanti di arrivar primi sulla scricchiolante rampa della loggia campanaria. Poter sbattacchiar le due campane,
Statua bronzea di Cesare Augusto nella ria omonima (ex viale Barsan)
era per quei tempi, vanto e ambito premio riservato solo ai più dotati tra i vispi muciaci sissanesi. I meno fortunati e i più piccini, giunti ultimi, si pigiavano lungo i parapetti e le transenne della loggia illuminata dalle ampie ed eleganti bifore romaniche osservando muti, intontiti dal frastuono potente dei sacri bronzi, il vibrar del metallo e il ribollir della folla sul sottostante infocato sagrato della chiesa parrocchiale. Vorrà la sorte, vent'anni dopo, serbare la gioia a tutti quei muciaci e muciace dei Frezza, dei Tromba, dei Sandri, dei Re, dei Raffaelli, dei Veneruzzo ed altri ancora, che in quella lontana domenica di maggio del 1891 si accalcavano nella loggia del campanile di Sissano, di ritrovarsi ancora tutti riuniti — ormai adulti e con i loro figli — nell'aula magna del nuovo «Asilo della Lega Nazionale», e sentire Riccardo Pitteri chiudere il suo alato dire con l'ammonimento e augurio: «Sissano! conserva sempre sano il tuo sì!».
Se dall'alto del campanile di Buie — Spia dell'Istria — che rinserra incastonate nelle sue possenti mura le lapidi romane della gente Valeria, si scorgevano le lontane cuspidi di Caorle, Grado, Barbana e Aquileia e vicina la torre del faro di Salvore (costruito nell'817), dalla loggia di quello di Sissano, costruito con l'arche tombali romane della gente Rutilia, si dominava l'ampia distesa del Carnaro cui facevano sfondo le sue isole, punteggiate dalle bianche torri dei suoi fari marittimi. A ponente di Porer, sentinella illuminata di luci bianche fisse, lampeggianti ogni minuto, posta a cavallo dei due mari (dal novembre 1870 illuminato col Sistema Fresnel a lampo tricolore), è la lanterna di Merlera; a mezzodì i fari di Punta Ossero e della Galiola, e più lontani verso levante, quello della Levrera, delle secche dirompenti -di Zaglava e infine quejli dei promotori del Vallon di Cherso. I bruni ricciuti «muciaci» sissanesi che in quella domenica di primavera dell'891 avevano faticato al festoso concerto campanario invitante i fedeli alla Santa Messa, abbandonati i «batoci» e finiti i rintocchi sonori, furono distolti dalla visione superba di una strana nave che solcava le acque cupe del Camaro, manovrando sotto costa tra punta Patera e Santo Stefano. Seppero poi trattarsi della baleniera «Wirchow», al servizio dei nuovi Aquari marini di Berlino e di Rovigno, che lasciati gli ormeggi di quest'ultimo porto iniziava la prima campagna di pesca nelle acque del Carnaro polese, per catturare tutti gli esemplari della ricca fauna marina onde inviarli a popolare le capaci vasche degli aquari delle due città. L'equipaggio contava anche diversi marinai amburghesi che, quando potevano sbarcavano volentieri sulla costa di Canal del Rio, per raggiungere poi a piedi, attraverso i prostimi di Monte Madonna e dei Tegori, il centro di Sissano. Le cronache dell'epoca ricordano le grandi scorpacciate «de formaio pegorin co' vermi», di pan de casa e i caratei de refosco casalin fatte e ingollati dai biondi marinai nordici, e ricordano ancora l'incetta da loro fatta di tutti i parpagnachi — dolci pani di fichi secchi e miele — che le brune marusse sissanesi dovettero trarre dalle canove. Dopo qualche settimana la baleniera, con le stive gonfie di scampi, granzi e gransievole, canocie e pesce azzurro, abbandonò le acque sissanesi puntando a levante verso Zuffo e Badò. Si vociferò che il naturalista Franz Miiller imbarcato sul «Virchow», voleva tentare in quella zona la cattura straordinaria di certi animali marini assai interessanti e rari.
Quando nel 1930, i piloti della 193' squadriglia degli idrovolanti «E 55» — i famosi «Santa Maria» dell'idroscalo di Puntisella — iniziarono le quotidiane loro esercitazioni di volo in formazione, dovettero spesso compiere delle virate sullo zenit della penisoletta Zuffo, e considerando che dall'alto appariva come uno stivale verde disteso sul mare azzurro, la chiamarono scherzosamente Italietta. Già nel giugno del 1887 il suo nome e la sua posizione geografica furono conosciuti da molti zoofili europei in quanto, in una sua grotta marina, il dott. G. Stache e il perito ing. barone Schwarz fecero una interessante scoperta zoologica. Incaricati dal Governo a.u. di esaminare il problema idrico di Pola e il suo circondario, avevano casualmente scoperta a Punta Zuffo un'intera famiglia di ... foche «monache». In una conferenza da loro tenuta nei locali della «Jagdverein» (fondata a Pola nel 1874 con 130 soci cacciatori) confermarono l'esistenza di questa specie di animali da tutti ritenuta scomparsa da secoli dai nostri mari. Le battute di caccia, subito organizzate dai cacciatori polesi, furono severamente proibite da un'ordinanza del Capitanato Distrettuale, che emanò disposizioni severe ai guardacoste e alle gendarmerie della zona per impedire la cattura degli animali dí tal specie anche da parte di eventuali cacciatori di frodo. Così nessuno seppe più mai la fine delle cinque guizzanti sirenette vedute dai geologi nuotare lungo la costa sulla quale, sovente, i pastori giuravano d'aver incontrato anche il mostruoso serpente tettavacche. E anche la «Virchow», per quanto incrociasse spesso quelle acque, non incontrò mai branchi nè di foche monache nè di ... serpenti marini.
Durante le vacanze scolastiche estive del 1922, un gruppo di giovani studenti, capeggiato dal caro, indimenticabile Guido Mosna, tentò, con ,
l'ausilio delle maschere subacquee (copiate da una foto del numero di novembre 1921 della «Scienza per tutti» e montate alla bell'e meglio — come si vedevano quelle portate dalle coltivatrici di perle giapponesi della foto — con un pezzo di vecchio copertone di moto e un vetro rotondo pazientemente tagliato dal bravo vetraio Friihauf di via Sissano), la ricerca delle traccie di foche nelle grotte di Zuffo. Si trovarono molte ossa di balenottero e tantissimi ricci, stelle e ... oloturie (vulgo e .... marini), ma nient'altro. Però in una caverna alla Malagatta gli studenti scoprirono una breccia ossifera composta di ossami di antichi orsi, leoni e jene spelee molto simili a quelli che gli operai delle Officine del Gae scopersero, molti anni prima, negli scavi di Port'Aurea, di via Sergia e via Tradonico, e i cava tori di «saldame» nelle cave di Monte Cornial e della stazione di Dignano (nelle quali furono rinvenuti anche tre teschi dell'elefante antico). Tuttavia i pastori dei Soranzani, di Zuffo
e di Badò sostennero d'aver sempre visto dei misteriosi animali marini solcar veloci le acque costiere e di aver più volte incontrato, nel fitto del bosco Quanque, sopra Cavran, il «tettavacche»: grande boa istriano.
Al Ritrovo di Cozzio
La chiamavano, scherzosamente, cameretta «del Trinacria», per quel vistoso ingrandimento — ivi esposto — d'un raro francobollo della dittatura e della luogotenenza napoletana del 1860. Era uno dei vani, dell'allora noto «Ritrovo di colazione», che l'esercente Donato Cozzio riservava alle periodiche riunioni dei filatelisti e numismatici polesi, nel suo locale di via Garibaldi. Gli appassionati di francobolli e di monete antiche, amavano trascorrere qualche