Didascalie:
Il pittore con l'on. Barbi all'apertura della mostra
Una rievocazione nostalgica dell'Arena di Pola
Un quarto di secolo per stanare l'orso -come ben ha detto il pittore Bandinelli — dalla cavea dell'arena di Pola ed esporlo al sole di Roma, un sole un po' pallido, in questa stagione pazza come i tempi che. viviamo. Quanta fatica per gli amici, però! Io, che da una quindicina d'anni gli sono stato più vicino e per abitazione e per umani rapporti, stanco di insistere, di tormentarlo, «de sbarufarme», ero sul punto di rinunciare all'impresa quando, sul finir del bisestile anno funesto, mi accorsi che qualcosa si muoveva: il mio amico Giovanni — perché del pittore Giovanni Giadresco si tratta --cominciò ad alzarsi prima del solito e prima del solito a rinchiudersi nel suo antro: ottocento metri cubi di polvere, ragnatele, spifferi d'aria da far venire la broncopolmonite ad un elefante, vetri appannati da imprecisi depositi, vecchie scansie piene di rotoli di carta e cartone, tavoli da disegno, cavalletti, telai, seggiole traballanti, stufa a bombola per prendere in giro il freddo ed altre coserelle, indubbiamente utili per lui. Che vi andava a fare? A dipingere come un dannato! «Giovani, ti ga intension, forsi, de...» Nessuna risposta diretta se non: «Ti sa cossa che xe questo?» E sotto gli occhi miei curiosi cominciarono, giorno dopo giorno, a sfilare angoli di Po-la, di Trieste, di Gorizia, di Genova, di Fiume, di Zara, di Rovigno, di Roma... Acquerelli, tempere, paesaggi abbozzati a matita: il mondo dei suoi ricordi, delle sue peregrinazioni, delle sue impressioni, un mondo... Ecco il signor Anteo Mondo, «mistro» falegname di Isola d'Istria, che compare con un mucchio di cornici in legno naturale. Cerca un posto dove posarle; lo trova; si china; si raddrizza; estrae dalla tasca della «flàida de terlìs» un lungo ambrato bocchino, vi infila una mezza sigaretta, per risparmiare in fúmo e spendere in fiammiferi; dà un'occhiata indagatrice intorno e chiede: «Sior Giovani, quante ancora?» «Diese». «Bon, salve», e con la sua andata si verifica... la scomparsa del mondo. Dall'andazzo capisco che il Giovanni Giadresco fa sul serio. Da qui le mie immersioni sempre più frequenti in quel mare di utilissime cose. Una trentina di giorni fa scendo in apnea e trovo l'orso «bianco per antico pelo» arrampicato su un'altissima scala a pioli. «Giovani, cos' ti fa, el pompier?» «Una volta... adesso tiro zò i coltrinaggi». Infatti toglieva da vetrate e soffitto, con un chilometrico spazzolone, vaste ragnatele e cumuli di polvere secolare.
«Ti voi che te iuto?» «A far cos-so? A romper la scala che no xe mia?» «Sarò grosso, ma i vinti anni che ne separa, digo...» «Ciacola de meno e sporzime quela strassa bianca e quel'afar per lavar i vetri». Giovanni, agilissimo di corpo per lunga dimestichezza con ginnici attrezzi (temporibue illis), a causa di baffi, barba e capelli candidi dimostra un'età variabile fra i settanta e i novant'anni mentre, in realtà, ne ha... ma perché lo «dovaria spiferar?» Piano piano anche le cose utili del suo «studio» stavano misteriosamente scomparendo e ci si cominciava a muovere nell'ambiente con maggior comodità. Una mattina ti trovo il Nostro armato «de scovolon, strassa de saco, stagnaco pien de acqua» intento a... «Cos' ti combini ogi?» «Lavoro a sguasso. Se ti me vol dar una man, ti poi. Qua, se ti caschi, più de un buso per tera...» La prima e, ahimè, non ultima lezione di acquerello! Lavorando «in cubia come i manzi» abbiamo trasformato il locale in un'elegante galleria d'arte da destare gridolini d'ammirazione alle donne e parole di consenso e compiacimento agli uomini. Anteprima per i dalmati il 23 gennaio, festa di Santa Anastasia, patrona di Zara. Inaugurazione ufficiale della mostra il 10 febbraio 1977, come divenne ufficiale, trent'anni fa, l'esodo di Po-la. Ed «ESODO», delle sessantuno opere esposte, è l'ultima nata in ordine di tempo. Ho accompagnato davanti a quel quadro una cara signorina di ottantasei primavere, piena di spirito e di memoria, e le ho chiesto: «Secondo lei, cossa rapresenta sto quadro?», e lei, in rovignese: «Zento ca scampa» -gente che fugge, non che parte. Quasi avvolta da un impalpabile velo di nebbia, in primo piano, una famigliola: l'uomo, di spalle, in cappotto e cappello, porta una valigia; alla sua destra, una donna con un bimbo in braccio e una borsa volge un volto indistinto verso qualcosa che non vedrà più; una bambina bionda conuna manina è aggrappata alla madre e con l'altra porta un fagottello; in prospettiva lontana, larve d'uomini camminano nella neve e s'arrampicano per una passerella che porta su una nave fantasma. Il pittore idealmente ha voluto raffigurare se stesso ed i suoi cari, ma il volto di quella donna, macchia rosata sotto un casco di capelli biondi, è quello di tutti noi, tutti, trent'anni fa. Alla mestizia dell'«ESODO» si accostano altre due «macchie» dolorose nella colorita e luminosità generale della mostra: «TERREMOTO» e «9o GRADO». E' il cataclisma che ha
colpito il nostro Friuli nel maggio e nel settembre del 1976. Qui l'artista muta, con la tavolozza, stile, forma, tecnica. Vive la tragedia, se ne fa parte, la compenetra e la esprime, particolarmente in «TERREMOTO», in maniera quasi informale. Luci ed ombre; colori caldi e gelo; un ammasso di cose indistinte cui il visitatore, al primo impatto, non sa dare un nome, ma che poi, attentamente osservando, intuisce trattarsi di cataclisma, di catastrofe; e così un mio antico alunno ha definito il quadro: una catastrofe. Un altro giovane visitatore ha parlato di caos; una donna ha pensato alla fine del mondo. Più facile da intendersi è «9o GRADO». Su un fondo plumbeo, chiazzato di strane macchie bianche, un non ben definito groviglio di travi, di mozziconi di pareti, di staccionate divelte. In questa allucinante visione di morte, un albero, con poche foglie verdi, s'arrampica nel cielo; ai suoi piedi, due giovani appena abbozzati, un uomo ed una donna, stretti in un affettuoso abbraccio, s'allontanano; lei stringe al seno un involto candidissimo, un bimbo: la vita che continua nella speranza. E tanta speranza infondono nell'animo del visitatore i variopinti fiori di campo, i ridenti paesaggi istriani, che al dolore fanno corona: acquerelli di una freschezza e trasparenza che danno la misura di quale bagaglio di esperienza sia dotato l'artista, il quale con quattro pennellate sicure, precise, risolve il momento felice di un paesaggio, di un monumento, d'una fontana. Da Trieste a Zara sono quasi tutte presenti le maggiori nostre cittadine, cui s'accompagnano scorci di Gorizia, di Cortina, di Genova, di Roma. Ma non tutti gli acquerelli sono trattati alla stessa maniera. Per una decina, il Giadresco, in costante ricerca del nuovo, ha trovato un «modue pingendi» che colpisce e vivamente interessa il visitatore comune e l'esperto, che invano si sforzano di scoprire questa nuova tecnica del pittore. Per darne un'idea, direi che le immagini si presentano come, a teatro, certi scenari volutamente velati da un trasparente siparietto. Tecnica diversa, eterogenea quella del Giadresco, sia nelle opere di vedutistica che in quelle di contenuto, tanto da far pensare non ad una «personale» ma ad una rassegna, cui partecipino con i loro temi preferiti tre o quattro pittori. Una particolare attenzione meritano alcuni ritratti o, meglio, impressioni di figure, sempre in acquerello, tra le quali spicca per eccezionale fattura quello della madre dell'artista.
Non è recente questo ritratto, questo condensato di sentimenti. Da molti anni, dall'alto di una scabra parete, la madre segue con occhio ora sereno, ora dolce, ora trepidante la fatica del suo canuto 'ragazzo, al quale è sola, preziosa mercede l'apprezzamento dei competenti che, per quanto ho potuto sentire, collocano Giovanni Giadresco tra i maggiori acquerellisti italiani.
Bepi Nider