foto Didascalie: L'organo gravemente lesionato nel Duomo colpito dal bombardamento del 22 giugno 1944 Un'altra immagine della Cattedrale bombardata Giulio Rella, fedele sacrista del Duomo, contempla afflitto ciò che fu l'Altare Maggiore della Cattedrale Vía S. Tommaso vista dalla Cappella del Sacramento distrutta Ho ben fissati nella memoria i mesi che precedettero la fine della guerra. Alla fine del 1944, ma anche prima, si aveva la sensazione netta che le sorti del conflitto, scoppiato nel settembre del 1939, erano segnate e ciò nonostante che di tanto in tanto tornasse alla ribalta lo slogan delle armi nuove, ordigni di straordinaria potenza che avrebbero potuto capovolgere la situazione, già così gravemente compromessa per l'Asse. Anche Mussolini, nel discorso pronunciato il 16 dicembre del 1944 al «Lirico» di Milano, ne aveva fatto cenno, evidenemente nel tentativo di «caricare» militari e civili. Ma quanti ci credevano? Pochi, in verità. I più erano convinti che si trattasse di un bluff, di una manovra propagandistica e null'altro. La situazione, nei territori controllati dai nazi-fascisti, era delle più critiche: allarmi aerei, bombardamenti, rappresaglie, reclutamenti in massa, mancanza di generi di prima necessità, ecc., non facevano altro che inasprire il clima di incertezza e di insicurezza nonché di grave disagio che persisteva da tempo con la gente ridotta a condizioni talmente precarie, da un punto di vista fisico e psicologico, che ci si chiedeva sino a che punto sarebbe potuta durare. Gli allarmi aerei, man mano che il tempo passava, divenivano più frequenti e prolungati. Alla fine del 1944 a Pola erano pressoché quotidiani: la sirena suonava anche due o tre volte al giorno, e non infrequentemente anche di notte. Si faceva vita di rifugio. Fortunatamente da noi i rifugi erano numerosi e di una sicurezza pressoché assoluta. scavati, come erano, nella roccia. Ce n'era uno all'inizio di via Buonarroti, che si prolungava fino all'Ospedale e via Medolino; un altro in via Flaccio; altri ottimi rifugi erano stati allestiti sotto le scalette che davano accesso al Monte Zaro, ai Giardini dal lato di via Castropola, ecc. Nella mia casa, un palazzo di quattro piani in via Buonarroti, ove avevano anche sede gli uffici della Società Elettrica, sin dall'inizio della guerra la cantina era stata trasformata in rifugio, con l'allestimento di grosse travi al soffitto e panche di legno ai lati del corridoio, analogamente a quanto era stato predisposto in altri palazzi o casamenti della città. Ma di questo rifugio — è ovvio — non avevamo eccessiva fiducia, pur ricorrendovi, talvolta, quando l'allarme ci sorprendeva nel cuore della notte o allorché non si faceva in tempo a raggiungere il rifugio esterno, con i «Liberators» già sopra di noi e la contraerea in azione. Era divenuto, pertanto, un rifugio di emergenza, occasionale, per quelli che abitavano nel palazzo — come noi — o che vi si trovavano per motivi di lavoro —com'era il caso dei dipendenti della Società o per altre ragioni. Ci si andava, sì e no, nel periodo precedente ai bombardamenti, anche perché, in quel periodo, i rifugi veri e propri in città erano ancora pochi e del tutto inadeguati. Poi, dopo il primo, terrificante, bombardamento del 9 gennaio 1944, noi del palazzo preferimmo recarci al rifugio di via Buonarroti, il cui ingresso non era a più di duecento metri da noi. Da allora fervettero i lavori per preparare altri rifugi o rendere più adeguati quelli preesistenti. Varie imprese locali furono duramente impegnate a preparare o a rifinire, a tempo di record, le gallerie che dovevano proteggere i polesani dalle incursioni aeree. E quanto furono provvidenziali lo dissero solo i giorni a venire, quando, tra allarmi e incursioni sempre più ravvicinati, ognuno vide nel rifugio la propria seconda casa oltreché la salvezza della pelle dalla furia devastatrice delle bombe. Si parlava tanto della guerra e di cose inerenti nel rifugio del nostro palazzo con l'ingegner P., il direttore della Società Elettrica, e con tutti gli altri abituali od occasionali rifugiati in attesa del fischio prolungato della sirena che annunciava il «cessato». E gli argomenti non mancavano di certo, avvolti quasi sempre da un diffuso pessimismo. Una sera, more solito, si parlò della guerra — per i più perduta — che continuava, e delle nuove vittime, civili e militari, che si aggiungevano a quelle già rilevanti, dall'inizio del conflitto. Uno dei presenti, non ricordo chi, disse: «Non soltanto abbiamo perso la guerra, ma l'abbiamo fatta perdere anche ai tedeschi». E tacque, visibilmente disgustato e amareggiato, senza che nessuno di noi avesse né il coraggio né la voglia di replicare. Proprio sul finire del 1944 l'ingegner P. autorizzò la ditta De Paoli a costruire un mini-rifugio in cemento armato nel nostro giardino, che poi non era altro che il prolungamento di quello già in fase di avanzata costruzione nel terreno di proprietà della ditta, confinante con noi. Il ricovero antiaereo sotterraneo, dal tetto spiovente sui due lati come quello di una casetta alpina, era lungo non più di una quindicina di metri, alto due o poco più e talmente stretto che ci si transitava a fatica: ai lati del corridoio — un autentico budello — per l'intera lunghezza, erano sistemate due panchette in cemento, anch'esse di proporzioni molto ridotte. Quel rifugio, grossolanamente e affrettatamente costruito, non mi convinceva. Avessi ragione o torto, non lo so. Il fatto è che non vi andai più di due o tre volte, proprio perché costretto dalle circostanze. Lì dentro mi pareva di soffocare: e allora uscivo, sostando in giardino o nella terrazza, posta sopra il garage, di fronte alla fabbrica lucchetti, ove stazionavano in permanenza i «coraggiosi», quelli che non riparavano nei rifugi neppure quando gli aerei erano sopra alle loro teste o addirittura sganciavano: mio zio Bepi, che veniva quasi sempre da noi quando suonava l'allarme; il signor Romano; Menigo, un dipendente della Società; e qualche altro (talvolta anche mio padre). Sarei rimasto anch'io con loro, molto volentieri, ma proprio non ce la facevo. Avevo visto gli effetti del primo violento bombardamento su Pola, quello del 9 gennaio 1944 e m'era bastato: morti, feriti, edifici rasi al suolo o paurosamente sventrati da grosse bombe, povere suppellettili distrutte o irrimediabilmente rovinate. Andavo sempre al rifugio. Avevo paura e basta. Un pomeriggio, dopo la colazione, suonò l'allarme e subito dopo sentimmo in lontananza il caratteristico ronzìo degli aerei che si avvicinavano. Troppo tardi, quindi, per recarsi al rifugio di via Buonarroti; pertanto m'infilai, con gli altri, nel rifugetto del nostro giardino, non senza una certa tremarella. Il gruppetto dei «coraggiosi», come al solito, era rimasto in terrazza a osservare la rotta degli aeroplani, incuranti del pericolo. Poco dopo che m'ero infilato nel «budello», la terra tremò, una, due, tre volte: bombardavano. Dal rifugetto si udivano distintamente gli scoppi e il macinare ininterrotto della contraerea. Pensammo istintivamente a «quelli della terrazza», ma non vedemmo giungere nessuno. Solo dopo una decina di minuti, quando tutto ormai s'era acquietato, si aprì la porticina ed entrò il signor Romano, tranquillo e flemmatico come sempre: «Hanno sganciato proprio sopra di noi, pertanto le bombe sono andate lontane. C'è molto fumo in direzione del porto ... Potete uscire, è tutto finito». Sul suo volto non c'era il minimo segno di turbamento. Impavido o incosciente? Certo avevano — lui e gli altri — una buona dose di sangue freddo. Il problema degli allarmi aerei, via via che passava il tempo, diveniva sempre più serio: l'attività lavorativa era irregolare e saltuaria, si mangiava quando e come si poteva, anche il riposo notturno era non infrequentemente disturbato. In poche parole c'era un vero e proprio sovvertimento di tutte le normali abitudini della gente, innervosita e perennemente preoccupa ta dal clima e dagli eventi. La nevrosi di guerra stava contagiando tutti, mettendo a dura prova le capacità di resistenza, da un punto di vista fisico e psicologico, della gente. Di quel periodo così triste e diffusamente pennellato di pessimismo per tutto quello che succedeva sotto i nostri occhi, ma anche aperto alla speranza perché s'intuiva che la pace non poteva esser lontana, ricordo molte cose, anzi moltissime, direi quasi tutte, anche se qualcuna lievemente sbiadita dalla patina del tempo: fatti, episodi e avvenimenti importanti (e questo è logico), ma anche quelli di interesse accessorio o limitato (e questo è perlomeno strano). C'era un clima particolare, intessuto di preoccupazioni e di paura, che aveva reso tutti più duri, più indifferenti e più cinici, quasi una corazza per chi assisteva, inerme e sgomento, al tracollo e al sovvertimento di tanti valori morali: tutti dicevano che la loro guerra era la vera guerra; che l'ideale per il quale combattevano era quello giusto; che essi soli erano i depositari di quei principi e di quella verità ai quali bisognava ispirarsi. Ma quale era la verità vera? Attorno il vuoto, un vuoto soprattutto morale, scaturito da eventi ed esperienze, recenti e passati, di cui eravamo stati testimoni; ma tutto ciò accadeva ineluttabilmente e non era niente altro che la conseguenza di una guerra spietata che non aveva ancora detto tutto. Poteva succedere dell'altro e non bisognava sorprendersi di nulla. Furono proprio i mesi più brutti della guerra, gli ultimi. E quell'inverno squallido e gramo, con merende a base di pane e lardo e a mezzogiorno un po' di coniglio e di radicchio condito con il grasso di maiale (e ci chiamavano fortunati). Giornate lunghe, che non finivano mai, fredde e umide che ci rendevano ancor più avviliti e depressi. Poi tutto cambiò. Belle giornate di sole e un tepore quasi primaverile. Ai primi di marzo prendevo il sole, a torso nudo, su una delle terrazze dell'Ospedale. Gli aerei passavano e ripassavano, alti nel cielo, e sembravano puntini metallici lucenti. A volte la sirena non dava neppure l'allarme. I giorni che passavano, lenti o veloci, e che ci portavano verso la pace tanto agognata, furono ancora densi di motivi per me. Passò l'inverno, l'ultimo inverno di guerra. C'era nell'aria qualche cosa di nuovo, quel qualche cosa che precede i grandi eventi, che preludeva a quella condizione che avrebbe posto la parola fine a tanti timori, riportando la normalità in tutte le cose. Fu l'ultimo inverno di guerra. Un inverno che m'è rimasto nella memoria. ELVINO TOMASINI