Ho conversato a lungo con un giovane istriano sulla spiaggia di Saccorgiana. L'avevo notato, per la sua parlata veneta quando, staccatosi dagli amici croati, con i quali s'era ripetutamente tuffato, era ritornato accanto all'amica. I ragazzi di Pola hanno conservato la disponibilità verso gli ospiti che noi stessi avevamo, quella estroversa facilità di impostare un dialogo senza diffidenze o laboriose presentazioni. Facile è stato dunque il rapporto, e cordiale, quando ha saputo che Pola era anche la mia città natia. Nessuna sorpresa per la mia nostalgia, in lui, nato cinque anni dopo l'esodo, ma comprensione: certo negli anni settanta tante vicende di allora appaiono sfumate, sbiadite dal tempo, e d'altra parte il mondo si muove, cadono — se non le barriere — i diaframmi tra gli uomini che arrivano qui da tutti i Paesi. E si stringono molte amicizie, si parlano lingue nuove, si comincia a capire gli altri. Il giovane istriano conosce l'inglese, e sa che molti di noi l'hanno imparato in America o in Australia dove hanno ricostruito il loro focolare. Comprende anche il loro dolore, per una partenza che gli avvenimenti hanno voluto. Ma — dice — bisogna andare avanti, vedere ciò che si può fare oggi, perché il mondo non ricada negli errori del passato. Lui vive a Pola dove è rimasta la sua famiglia, e sente di appartenere alla comunità degli italiani, non si sente uno sradicato. Pensa di poter dire qualcosa di valido, perché crede in un mondo nuovo che subentrerà al vecchio, fatto di pregiudizi e di assurdi rancori. Studia all'Università di Zagabria, ed i giovani si sentono anche in quell'ambiente portatori di idee avanzate. I giovani — afferma con convinzione -hanno bisogno di verità, al di là di tutte le posizioni di comodo, della retorica che ha trasformato i fatti della storia in leggende, ad uso degli ingenui sulla buona fede dei quali si basa ancora certa società. Che poi tale società si annidi nel mondo capitalista come in quello comunista, non ha rilevanza: è evidente che in ambedue i casi chi detiene il potere ha bisogno di miti per continuare ad esistere. Orbene è contro questi gruppi che i giovani debbono affermare un nuovo sistema. Gli interessi privati, di casta, i privilegi continuano a tenere il mondo diviso in blocchi. Ma questi sono estranei alla mentalità dei giovani più responsabili e coscienti. Il mondo della tecnologia non è qualcosa di mostruoso, che può rendere alleati i sostenitori di ideologie diverse, e precipitare l'umanità in un abisso senza uscita. Si deve però intendere la scienza come uno strumento e non come un fine, uno strumento di progresso materiale e morale per tutti, negando alle superpotenze il diritto di servirsene per assicurarsi prestigio e potere. — Hanno sentimenti i giovani d'oggi, e come li esprimono? — la domanda è insidiosa, ma il nostro giovane amico non appare turbato. Il sentimento — dice — è il necessario lievito della vita, ed è giusto indirizzarlo nel campo degli affetti, dell'amore per l'arte. Molto pericoloso sarebbe invece trasferirlo sul terreno delle ideologie politiche, perché chi se ne rendesse portatore alle estreme conseguenze finirebbe per essere strumentalizzato dai calcolatori e dagli speculatori, come è avvenuto puntualmente in tutti i secoli della storia. Non possiamo rassegnarci a permanere in una posizione passiva di fronte a chi specula sull'ingenuità altrui per continuare a tenere il mondo diviso. D'altra parte è chiaro che gli interessi di noi europei non coincidono con quelli delle superpotenze. Siamo noi stessi a prenderne coscienza ogni giorno. Ed a noi giovani spetta dunque aprire un dialogo nuovo, avendo rispetto per tutte le vere forme di democrazia, e vigilando perché giunte militari o dittature fasciste non compromettano ogni possibilità di progresso per la vecchia Europa. Ci sono oggi ovunque giovani come questo nostro amico che avanzano verso una «nuova frontiera», e rispettano nello stesso tempo i valori umani non soggetti a logorio. Anche a Pola, fra i figli dei nostri connazionali rimasti, se ne trovano. Ed è consolante constatare che, con il loro apporto, la cultura italiana in Istria potrà continuare a proporsi come fattore di civiltà e di equilibrio