foto Didascalia:La chiesetta di Cereria: un angolino raccolto, rimasto com'era una volta, con tutto Il fascino delle cose che non scompaiono: debole anello di congiunzione a Zara tra passato e presente XXV Il 24 dicembre, 1943 il Prefetto di Zara, Vincenzo Serrentino scriveva al Prefetto di Trieste dott. Bruno Coceani : Qui non si capisce più per chi lottiamo e per chi siamo pronti a sacrificarvi. Se vincono i nostri amici Zara è croata; se vincono i nostri nemici Zara sarà.. jugoslava; ed allora? è una farsa? Per noi è una tragedia. Ti prego ancora di guasto sforzo: fa capire la nostra situazione e l'inutilità .il nostro sacrificio se Zara. almeno por quanto concerne l'Asse, non deve essere italiana. La città ha bisogno soprattutto di viveri, perchè la carestia si fa ogni giorno più disperante. Ogni attività commerciale ed industriale è paralizzata. I lavoratori sono tutti disoccupati. Sto distribtrendo. dei piccoli sussidi, ma a giorni dovrò smetter,. per mancanza di fondi e dovrò distribuire i generi alimentari gratuitamente». Questa lettera, scritta in uno dei momenti più drammatici della nostra piccola storia e riguardata adesso, alla distanza di oltre vent'anni, dovrebbe essere fonte di grande meditazione. Ecco i risultati della follia di una guerra inutile, dichiarata da un regime quando non c'era alcuna ragione al mondo per farla, perchè la nostra Patria aveva ormai raggiunto e consolidato i suoi naturali confini. I Soloni di ieri, oggi al tramonto, ma non convinti della spaventosità dell'errore commesso, ed ancora pervicacemente, anche se più o meno tacitamente da essi ieri ed oggi condivisa, se la prendono nelle loro ingenerose polemiche con tutto quello che è accaduto «do,». Traditori di qua, codardi di là, assassini da una parte, delinquenti dall'altra: c'è ancora adesso tutta una virulenza traboccante dai loro scritti e dalle loro parole, malamente repressa nelle stesse dichiarazioni ufficiali. Ma tutto a partire dal 1943 in poi, come se il doloroso ciclo storico fosse incominciato nel 1943 e non (perlomeno!) nel 1940. E questa gente pretenderebbe o addirittura pretende di avere ancora qualcosa da insegnare alle giovani generazioni. Lo neghiamo. proprio alla luce delle tragiche vissute, come rifuggiamo, con tutta la nostra forza e la nostra volontà, dal ricadere nei vincoli asfissianti di qualsiasi dittatura. Il prefetto fascista di Zara, Seminino, uno dei pochissimi che seppe morire da Martire, pagando le paurose colpe di un regime che per vivere e prosperare aveva dichiarato la guerra e che perdendo la guerra aveva provocato il disastro, si era reso conto, alla vigilia del Natale di quel tristissimo 1943, di alcune atroci verità. I nodi erano venuti al pettine e, purtroppo, era troppo tondi ormai per riparare. «Se vincono i nostri amici Zara è croata; se vincono i nostri nemici Zarà sarà jugoslava: ecco la verità, nella sua realtà nuda, che sfida ogni polemica come ogni arrangiamento postumo. Questa è la verità che un Caduto per Zara italiana ha lasciato affinchè insegni qualcosa ai suoi concittadini od ai posteri. Una verità che fa veramente meditato e tremare. Una verità della quale i detrattori per principio della democrazia come istituzione, della quale i predicatori, anche se camuffati, dell'odio e della violenza, della quale certi gerarchi zaratini di ieri e di oggi (ma gerarchi dei tempi facili) dovrebbero una buona volta prendere atto. L'ultima volta che si sentì a Zara il lugubre ululato delle sirene dell'allarme .reo fu alle 15 del 30 dicembre 1943. Quel giorno avevano ntortato già quattro volte, in corrispondenza di passaggi di grasse formazioni in quota. Nel pomeriggio arrivò la formazione il cui obbiettivo era, por l'ennesima volta, Zara. Lo sapevamo che sarebbero vantai. Le voci erano corse, attraverso i soliti informatori od avevamo, di conseguenza, ritenuto molto opportuno tenerci il più alla larga possibile. Mentre un idrovolante trimotore con i segni distintivi della Croce Rossa stava decollando dallo specchio d'acqua prospiciente la Val di Maistro, le prime bombe cadevano in acqua a poca distanza da lui e poi prendevano d'infilata la Riva Derna e si abbattevano sulla città, straziandola in senso longitudinale e proseguendo poi anche alla periferia sud. Alla prima ondata faceva seguito una seconda. Nella mia agenda c'è scritto soltanto: «ore 15: bombardamento della città con gravi danni agli edifici e moltissimi incendi.. Poche ore do, si ripetevano le scene allucinanti del 16 dicembre, con la città che sembrava bruciasse in un unico rogo incandescente, mentre il fumo ed il suo caratteristico odore penetrante si espandevano per un raggio di parecchi chilometri. Poiché nessuno aveva la possibilità ed i mezzi per spegnerli, gli incendi si propagarono e durarono per parecchi giorni. Cosi col chiaro si vedevano le colonne di fumo in lunghe spirali salire verso l'alto e di notte i focolari rossastri. Il bombardamento del 30 dicembre mise a tacere per stanare, come ho detto, la sirena dell'allarme aereo. Probabilmente ne saranno stati colpiti o danneggiati gli impianti e ne sarà stata constatata l'inutilità di un'eventuale riparazione. Da quel giorno scompare così dalla mia agenda la voce «allarme» ed al suo posto subentra quella di «passaggio» oppure quella di «azione» di bombardamento o mitragliamento. Tanto per la cronaca, l'ultimo giorno dell'anno registra «due passaggi di aerei». 11.1943 moriva lasciando Zara in fiamme, ormai ridotta a cumuli di rovine. Ancora una speranza, destinata a morire in seguito anche quella, era riaffiorata col nascere del 1944. Dopo un certo tempo che non se ne parlava, erano ricominciate a correre le voci di un prossimo sbarco anglo-americano sulla costa dalmata o su quella istriana. Si diceva che ia nostra terra sarebbe diventata presto zona d'operazioni vera e propria e che intenzione degli alleati era quella di inferire un altro colpo all'ormai barcollante resistenza tedesca, tagliando fuori, con lo sbarco, tutte le forze germaniche operanti nella penisola balcanica. A queste voci si aggiungeva quella che allo sbarco avrebbero preso parte anche reparti del riorganizzato esercito italiano del sud, cioè delle forze legittime che allora, con vocabolo corrente si usavano definire «badogliane». La previsione di essere ad un certo momento, tra due fuochi e la conseguente paura, trovavano però, sull'altro piatto della bilancia la prospettiva, anche se lontanissima, che a Zara potessero nuovamente sbarcare le truppe italiane e che quindi la sorte della città non fosse ancora definitivamente segnata, nel senso che, fino al momento del trattato di pace, tutto rimanesse quanto meno impregiudicato. La speranza, quindi, del ritorno del tricolore, comunque fosse, rappresentava una grande iniezione di ossigeno ed un incitamento a resistere. La nostra situazione, in quei momenti, era delle più strane e difficili. Non c'era alcuna possibilità di ricevere notizie da fonte ufficiale, nè da una parte nè dall'altra. Ci avevano portato via le radio ed i giornali arrivavano di quando in quando e. naturalmente, erano già arretrati di parecchi giorni, quando una copia del «Piccolo» (nel. l'edizione ridotta che usciva allora a Trieste) riusciva a capitare, sgualcita e rotta, nelle onore mani. A portare, di quando in quando, i giornali era l'idrovolante Cani. Z. 506, Nel timore di incappare in qualche attacco aereo o di essere attaccati direttamente, i piloti dell'idro calcolavano, partendo da Trieste, di giungere a Zara in modo da poter ammarrare con le ultimissime luci del giorno morente. Volavano bassi sull'acqua, per sfuggire ad ogni possibile avvistamento nemico e quand'erano in vista di Punta Amica lanciavano un paio di razzi rossi, per farsi riconoscere. La mattina dopo ripartivano alle prime luci dell'alba, ben sapendo che se avessero tardato un ,' di più a decollare, sarebbero stati individuati dalle «mlikarizze» ed inevitabilmente attaccati, con le conseguenze che era facile prevedere. Più di una volta mi accadeva, al mattino, alzandomi nella baracca di legno costruita dai miei zii nell'interno della Val di Bora, di udire il rumore dell'idrovolante in fase di decollo verso nord e pochissimi minuti dopo il ronzio caratteristico delle «mlikarizze» in arrivo da sud. ANTONIO CATTALINI