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Serenità
All'uscita della .Messa grande» ci si trovava in piazza. Scambiati i saluti ci si avviava a fare il solito giro sedie Mura denominate «Bastioni di S. Marco., ma per noi Montonesi, sempre le «Mura». Ci si divideva in gruppi secondo la simpatici, contenti di esserci ritrovati. Le signore si facevano i complimenti, più o meno sinceri, per gli abiti primaverili, oppure si scambiavano i commenti sul ricevimento della sera prima in casa di cornuti/ amici. Raccontavano le malefatte della persona di servizio o vanta-..o te proprie capacità culinarie. I più gioVani stavano insieme e discutevano allegri per organizzare la gita del pomeriggio. Il bagno nel fiume e poi il ballo a S. Stefano o S. Pancrazio? Oppure la merenda di prosciutto inaffiato dal chiaro vinello o Villa Diviacciti ed il gioco delle bocce? O la merenda dal sacco consumata allegramente sull'erba?
Le signorine tiri poco sentimentali ed un poco intellettuali si scambiavano le loro opinioni sull'ultimo romanzo letto, che poteva essere «La Cittadella di Cronin, oppure sull'opera lirica trasmessa la sera prima dalla radio. I ragazzi sportivi allestivano il campo «drio la Ciesa» per giocare il pomeriggio a pallacanestro. I bambini giocavano correndo e saltando intorno come piccoli puledri. I signori al Circolo, leggendo i giornali si scambiavano le loro idee siigli ultimi avvenimenti politici e attendevano le signore per prendere in loro compagnia il vermutlino domenicale e poi si avviavano lentamente alle loro case dove li aspettava il succulento pranzo festivo.
Io, qualche volta, mi attardavo sola a passeggiare lasciando l'occhio spaziare sul paesaggio che da lassù era incantevole. Il bosco d'un verde cupo si estendeva nell'immensa vallata del Quieto con sullo sfondo il Monte di Portole, e più in la la mole gigante del Monte Maggiore. Le colline degradavano con le tinte sfumate del verde, chiazzate in certi punti dall'oro del gratto maturo.
Quà e là si scorgevano gruppi di case attorno a art campanile. Quando la torre dava il primo rintocco del mezzogiorno, subito rispondeva un tintinnio di compatte
squillanti: la Chiesa dei Se, vi, la Madonna delle Porte, San Cipriano e più giù San Bortolo Caldier, San Pancrazio e altre ancora, piccole chiesine annidate sui trionfi. Ritornavo anch'io sulla piazza tra la gente, ridevo, facevo commenti, prendevo gli accordi per il pomeriggio: gita? Partita di bridge? Tutti erano sereni. Arrivederci e buon pranzo! Questo era l'ultimo saluto scambiato. Era bello allora ed avevamo la nostra casa.
Pomeriggio di carnevale del '45
Apprensione
Esco dall'Ufficio, la mia stinte è stanca. E' buio pesto. Con la piccola lampada nei illumino la strada, faccio il Gradisiol, passo la piazza ed il Volto ed arrivo fin su stelle Mura. Spengo allora quella debole luce, ed il mio occhio s'abitua a quel buio. Ali forino, in quel silenzio sento
un latrato di cario lontano, vedo una luce che s'accende e si spegne. Sotto le segnalazioni dei partigiani slavi. Posso seguir la loro strada aerei, l'abbaiare dei cani li accoglie in ogni villa.
Da Monte Belletti o Resere, a Casagral, o Piero de Rivo, a Villa Diviacchi, a Alone,dol, a Montebello ed a San Pancrazio. Ne siamo circondati. I
danno l'impressione, di essere, alla vigilia di s. Giovato:. E' la festa di Tito.
[...]
Sera dell' 8 luglio del 1945
Avvilimento
Dopo due tristi mesi di assenza ancora vado su per il Borgo. E' (ittita l'oscuramento. La luce rischiara un'altra volta le strade, ma non
erritla gli animi, anzi, rende ancora più triste il momento perchè rende più visibili le scritte rosse che imbrattano i muri. E salgo cercando di non vedere. Incontro poche persone, e quelle camminano a testa china, con le facce avvilite ed il passo statico. Altri ancora passano ridenti e baldanzosi, ma quelli non li vorrei incontrare. Arrivo alla Piazza, alzo gli occhi e vedo: vedo sul fila alto che sventola la bandiera dai colori nemici. Noti posso più proseguire: mi fa troppo male.
Quel pilo che fu inaugurato il giorno della nostra annessione all'Italia e che porta sulla targa la scritta: «Montona qui ricorda la santificata giovinezza dei figli d'Italia ed il giorno luminoso della redenzione, affinché i 'tepori mento, della prepotenza che gli ari serbarono intemerata guardino al sacro vessillo ed agli infallibili destini della Patria». E su queste parole che per noi sono saette, mani sacrileghe hanno scritto frasi inneggianti all'odioso oppressore di oggi. Un nodo Mi chiude la gola, attraverso il Volto ed arrivo alla «Piazza di sopra.
L'occhio va subito alle finestre sbarrate della prigione, ore passai anch'io assai brutti momenti. Vado verso le Mie, ree. sperando d'aver là un po' di pace, nell'affiorar dei ricordi che ogni sasso può darmi. Ala le speranze sono vane. Donne, soldati con il loro vociare sguaiato rompono la austerità del silenzio. Sfiorandomi passano. Un ribrezzo mi avvolge. Sporcizia od orrore? E ancor vado avanti, affondo gli occhi nelle chionte assai scure degli ippocastani del sottostante viale. Anche da là mi giungono risa, voci lertanti e stridenti in una lingua non mia.
Scappo di corso, vado giù per il Volto, rifaccio la strada più in fretta di prima. Vorrei poter chiudere occhi ed orecchi, ma ciò non mi è dato. Ed allora eri rinserro ancora una volta nella mia casa. Elda Rabusin