MI avevano tanto parlati di lui che, come fatalmente succede in questi casi, avevo finito per costruire una sua figurazione nella mente. Naturalmente falsa e inevitabile. Perchè nelle conoscenza umana contano soltanto le percezioni visive le esperienze dirette. E' un po' come quando ti parlali( tanto di un film. Se ti di cono che è una porcheria che non vale proprio la pena di spendere soldi per vederlo allora, se per caso ci vai, ti succede, alla fine, di concludere così: «Beh, non che sia proprio un gran che, ma insomma, con tutte le pecche che ha e con tutte le critiche che ci si possono fare in fondo, in fondo non è poi neanche tanto brutto». Ipotesi contraria: ti dicono invece che il film è bellissimo, un capolavoro che non bisogna assolutamente perdere. Allora vai a vederlo e resti deluso. E' inevitabile: succede sempre così. Mi è successo anche nella conoscenza in anteprima di Bruno Artusi. A sentire un po' l'uno ed un po' l'altro dei suoi amici, mi ero fatta l'idea (e sbagliavo in pieno, anche perchè non era certo quella l'intenzione dei miei informatori od interlocutori) che egli fosse un po' il tipico portato della gioventù dorata dell'era prebellica: innamorato delle divise vistose, dei gradi, delle patacche, fisicamente prestante, non senza un pizzico di narcisismo, rampollo pettoruto e fiero dell'egregia scuola della Farnesina. Il tutto, beninteso, inquadrato in una cornice simpatica, ma con il vizio, se possiamo chiamarlo tale, di ritenersi o di essersi ritenuto uno dei figli prediletti di una esperienza storica ormai tramontata. Quindi con indosso oggi una carica rilevantissima di nostalgia. Se adesso, nell'incominciare questo nuovo periodo destinato ad essere il ponte di passaggio dalla costruzione della fantasia del «prima» alla realtà accertata del «dopo», incominciassi, per esempio, col dire: «Nulla di tutto ciò», alludendo alla totale mancata veridicità della raffigurazione rasentale, non sarei sincero. Ma poiché lo scopo di questi «incontri» è, si, di tentare un affettuoso tratteggio delle caratteristiche salienti di amici e colleghi, accompagnato, però dall'impegno morale di un'introspezione interiore in me stesso, allora è evidente che il presupposto indispensabile per una riuscita minima è la sincerità. Nessuno è infallibile su questa terra —è risaputo — nessuno ha sempre ragione e nessuno quindi può ergersi a giudice assoluto, sia pure affettuoso del prossimo, sul piano morale o, per meglio chiarire il concetto, sul piano dei valori dello spirito. Perciò la base di partenza deve inderogabilmente essere l'onestà e la sincerità, innanzi tutto con se stessi. Ebbene: tornando a Bruno Artusi non posso dire che tutta, proprio «tutta" la raffigurazione che di lui mi ero fatta nella mente fosse sbagliata. Ma indubbiamente sbagliata, in quanto falsa proprio sul piano dei valori umani e morali era gran parte di quella raffigurazione. Si, perchè sarebbe da stupidi negare che Bruno Artusi non avesse a suo tempo amato le divise né che, come moltissimi giovani dell'epoca, non si fosse sentito attratto, per la forza incoercibile delle cose, verso gli ingannevoli bagliori del mito del ventennio. Ed è naturale, quindi, che ancora oggi si senta indosso un po' di nostalgia. Dopo tutto, egli, come le generazioni che hanno ruotato intorno alla sua, non può non ricordare senza legittimo rimpianto gli anni verdi più belli tra il mare ed il sole di Pola, quando la guerra era ancora lontana, quando si partiva cantando per i campeggi e le gare sportive. Ogni epoca forgia il carattere o quanto meno lascia tracce indelebili nel temperamento dei giovani che durante il suo corso raggiungono la maturità. Così è stato — né avrebbe potuto essere diversamente—anche per Bruno Artusi. Ma non per questo bisogna generalizzare e, di conseguenza, mettere necessariamente al passivo tutto quanto impersona e rappresenta un'epoca. Cioè non bisogna negare validità a tutto, anche se il più è stato purtroppo negativo e se le conclusioni sono state addirittura catastrofiche. Comunque, se il male è venuto ed è stato tremendo, la colpa non è stata certo dei giovanissimi di allora, generosi ed entusiasti perchè convinti di trovarsi sulla strada giusta. Ecco dove va collocato Bruno Artusi, e, come lui, tantissimi altri appartenenti a quelle sfortunate generazioni che sui campi di battaglia e di prigionia pagarono poi il prezzo più alto e più tragico di errori non da loro commessi. Ora che abbiamo trovato la «collocazione», penso che lo scoglio più difficile sia superato. Anche qualche concetto che forse qualche momento prima poteva sembrare involuto, apparirà più chiaro e più semplice. Il nostro amico Bruno Artusi, che tanto abbiamo apprezzato per la grande spontaneità dei suoi sentimenti e per il suo cuore altrettanto, anzi ancora più grande, ci è di fronte ora nella sua luce vera, reale. Non è il rampollo viziato di un'era corrotta, anelante a rivestire ancora divise colorite con tanto di gradi e di ;m-tacche, sbavante veleno ed ira repressa da tutti i pori (risentimenti questi ultimi che Artusi — ne sono certo —concorderà col sottoscritto nel lasciarli traboccare esclusivamente dalle righe ciclostilate di un bollettino romano); non è insomma l'uomo che vive di bile e di spirito di vendetta. Artusi, invece (sarei lieto di una sua amichevole replica se, per caso, non avessi «centrato» il punto) impersona il travaglio delle migliaia di suoi coetanei, i quali, dopo le terribili amarezze subite, sono riusciti a superare la crisi delle loro coscienze trovatesi, d'improvviso o quasi, sole con se stesse e si sono rifatti una nuova vita ricca di nuove .speranze e dimentica dei vecchi rancori. Non che abbiano rinunciato alle loro idee ed alla loro fede politica e sociale, ma sono stati capaci di mettere queste loro convinzioni su di un piano diverso, di maturata e cosciente responsabilità. In altre parole, adesso, sono diventati gli arbitri e gli artefici di se stessi e delle loro decisioni, mentre una volta attendevano che l'immancabile filo invisibile li muovesse dall'alto verso la direzione che, sempre dall'alto, era stata predeterminata, senza il concorso della loro volontà e nemmeno senza il contributo del loro punto di vista sereno ed obbiettivo e non suggestionato. Io ho conosciuto questo «nuovo» Bruno Artusi; dopodichè, finalmente, collegando il «sentito dire» col giudizio diretto, derivante dalle esperienze della conoscenza, ho potuto ricostruire il «vecchio» Bruno Artusi e pervenire alle conclusioni che ho esposto, ma non con la presunzione di essere stato necessariamente preciso. Ancora un punto va comunque ribadito, perchè su questo terreno tanto delicato, è bene muoversi con la maggiore chiarezza possibile: il «nuovo» non esclude il «vecchio», nel senso che sono cambiate o meglio si sono rinnovate soltanto alcune componenti. Del resto sarebbe impossibile immaginare diversamente: qualcosa cambia e qualcosa resta. Nel caso del nostro Bruno è rimasto — ed è bene che sia rimasto — il suo spirito sportivo, l'attaccamento ai valori tradizionali dell'agonismo educativo e competitivo e quel tocco che a volte sembra di ingenuo candore, ma che, tradotto in termini reali, è la dimostrazione inconfutabilmente più simpatica della sua sincerità e della sua buona fede. Andare in visita a Bruno Artusi nella sua bella casa verso la periferia occidentale di Novara è un vero piacere. L'accoglienza è tipicamente nostrana, ma non manca la fragranza locale costituita in particolare dall'ottima cucina piemontese, cui sovraintende la giovane e gentile consorte di Bruno. Una casa moderna, ma non priva di ricordi. Da quelli della «belle epoque» di Pola, con tante fotografie e documentazioni della giovanile entusiasta passione sportiva e poi, via via, coll'andare del tempo, a quelli più recenti e più tristi. Il cappello di bersagliere è un altro di quei ricordi-simbolo dal quale Bruno non potrà mai distaccarsi perchè gli fanno rivivere l'altra sua generosa passione: quella del soldato, del capitano dei fanti piumati e delle ore infuocate trascorse sulle sabbie e sulle ridotte africane. Ed infine i ricordi delle ultime battaglie a difesa della sua Istria minacciata, quando, spalla a spalla assieme a tanti altri suoi conterranei reduci da tanti altri fronti, si abbarbicò e condusse sino in fondo l'ultima disperata difesa, al comando di uno dei reparti del Reggimento Milizia territoriale. Bruno Artusi è oggi il presidente della nostra comunità di Novara, una comunità operosa, che ha le sue linde casette nuove alla periferia intersecate da vie interne che ricordano nei nomi alla loro cocente nostalgia ed anche ai concittadini novaresi le località lontane dell'Istria, del Carnaro e della Dalmazia. Più si è lontani dal confine orientale e più si apprezza l'utilità di questi autentici vivai delle nostre tradizioni, focolai preziosi per la conservazione del dialetto e dell'unità della gente giuliana. La comunità di Novara non ha mai fatto scrivere gran che di se, perchè è vissuta sempre tranquilla e serena, lavorando in pace. Anche questo è uno dei non pochi punti all'attivo del nostro amico Bruno.