NEL VENTENNIO DEL MARTIRIO
A Una decina di registi impegnati» presentai tempo fa, la documentazione deportazioni e dei
dispersi nella Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia durante l'ultima guerra; annidavo qualcuno sapesse trarre dal .Martirologio delle genti adriatiche, .a luce dell'arte trasfigurati-i, iato spettacolo vivo, tate da suscitale nell'animo degli spettatori, al di qua e al di là della frontiera orientale, un convincente richiamo alla conciliàzione, premessa d'inizio di una nuova storia fra i popoli delle due simula dell'Adriatico. Un ira...agio di incommensurabile valore morale e politi. poteva scaturire da un film, che sullo sfondo apocalittico della tragedia degli adriatici, esaltasse il trionfo della convivenza pacifica e della carità sulle sequenze della violenza e dell'odio zaino.
Ma capitò a me come si legge nel Vangelo a proposito di un imito a miete: qualcuno si scusò parche irti, gnato con altro lavoro, qual-cono ringraziò, altri tacquero. La pubblicazione che nella sua scarna elencazione di nomi, di città, di crimini, racchiude in se la tragedia di nubili legioni e fra queste dell'Istria, terra gentile e straziata, non interessa ancora il mondo dei registi italiani; il loro canto pare intonato sull'unica corda della protesta sociale, delrantinazi. smo e dell'interesse politico di parte. La rassegna di martiri e dispersi, che per numero e crudezza e forse quella che dà più bagliori di tragicità di tante altre della nostra sventura nazionale, rimane ancora adombrata da dimenticanze che danno po na ed amanzza. Dopo lenti anni da quell'infausto otto settembre: 1943, che segnò il crollo dello stato fascista e l'inizio della spaventosa tragedia istriana, siamo solo noi, superstiti di una terra gentile e straziata, che scrisse lungo i secoli nella storia _ della nazione pagine di insuparata italiani., a fare la canea e a commemorato 'i nostri morti senza croce. Passò nel biennio terribile '43-'45, lungo le dolci coste a noi familiari, una bufera dì sangue; soltanto l'esodo in massa di r o mila cittadini poteva dare sicurezza alla vita e difesa alla nostra libertà. Questa tremenda realtà viene spesso dimenticata dai commentatori e facili critici dell'.odo delle genti adriatiche. Ogni anno folle italiane si raccolgono nelle località che narrano delle persecuzioni e del martirio dei nostri connazionali; alle fosse Ardmtine, a Marzaboti to, a Porzre come a Bovo, a Napoli e in lidi ancor più lontani presso ì Lager nazisti e i tragici campi di Cefalonia. Per la persecuzione che i incise a fondo nei corpi e nell'anima delle genti ai.e dalmate, qualche isolata parola di compianto e
tra.
Ovunque il silenzio, quasi questo potesse cancellare dalla nostra memoria la terra dei padri che ci fu rubata e i suoi morti senza croce. Inventi, la VO. ammonitrice dell'Istria rimane custodita nelle contrade abitate dai profughi e nel cuore degli esuli, soli a ricordare il sacrificio di tanti eroi e le moltitudini di vittime innocenti disperse in anonime fosse. Sono voci altissime di spasimo, di protesta e di perdo no; d'ogni timbro e tono; vengono da contadini ed operai, da più donne e da poeti. Fino che queste voci risuoneranno vigorose fra le famiglie istriane e noi, suoi figli, ci terremo stretti per mano, potremo sentire battere i nostri cuori all'unisono, illuminati da una speranza nuova: la speranza di un ritorno all'antico nostro focolare. No, non è assurda la nostra speranza, fondata sul diritto, sul corso della muto sole storia, sull'avvenire di una convivenza umana più giusta e salutare purchè fondata sul Vangelo.
Si, vorremmo poter tornare alla ,nostra Istria, dopo tanto cammino e tanto soffrire a salutare i nostri morti e immergere le mani nel nitido mare e offrire la fronte che brucia alla sua fra-scura»; tornare, come scrive L. Zaplotnik (negli Umani silenzi»), «per confondere il mio strazio di esule col tuo di prigioniera». E' consolante davvero annoverare fra le voci dei nostri scrittori e poeti, la votai parentina instancabile di Lina Galli, ricca di vibrazioni patriottiche e di contenuti di alta spiritualità. Anche Biagio Marin, gradese. ma istriano per la sua devozione alla nostra terra, nel .Compianto per Parenzo» cosi scrive:
San Mauro, i santi 'radeva sora i prai — splindinti, drio le agitele bianche e risse, —Gesù vardeva co' pupille fisse, — a sto mondo de tristi e tormentai. — Adeso i nostri duri xe scampai, — restai xe pochi veci che fa duo/, — se sente Odine i morti noterai, — da l'alto varda, indiferente, el
E Antonio Angeli, ultimo parroco di Dignano, canta negli sciolti versi delle sue .Marine istriane», le solenni processioni di Corpue Domini=, lungo la strada Decumana e nel loro conclusivo splendore entro la basilica Eufrasiana. Altre voci di letterati e poeti, cantano ancora la terra calda istriana, la terra rossa dei nostri avi; coro di note chiare e illuminatrici, siano esse vigorose e dotte oppure espresse in umiltà. Le acce gliamo tutte con fraterna gratitudine. Voci di Abrami e dei Quarantotti-Gambini. di Rosarnani e Vattova, delle Galli e Timeus, di Semi e TomiZza, di Predonzani e Gorlato, di Mengaziol e Zuech, dei Crevato, dei Cella e dei Bartoli. Pannizo nort dimentica, fra queste voci, quella ancora viva ed amica di Nike Clama, che cantò la vostra città e la nostra terra tradita con accenti indimenticabili:
«Penisoletta nel mare azzurro. Pinette musicali. Una basilica armoniosa, tanto da far male al cuore: Parenzo»; «terra bella ed aspra, bella solo di mare e di Pinete; e bella nel suo secolare affanno come in una corazza severa»... Quanta nostalgia nel SUO canto e quanto amore per le case adorne e votate a Venezia; quanta devozione per le chiese antiche e la ma. 'Mal In queste case vissero generazioni di famiglie d'artigiani e commercianti, lungo la marina, fra le isole che popolano il mare fra Parenzo e Orsera, operarono i pescatori e da qui partirono i marittimi per i loro lunghi viaggi, mentre le donne pregavano: ... «sui banchi nerastri sotto l'incavo delle ginocchia devote.—
Quanti di quei vostri figli,
o miei fratelli di Parenzo, scomparirono nell'uragano dell'i settembre '43 e nel terribile biennio '44-'45? Nella mia documentazione ho contato le loro tragedie; sono tutte? Sono tutti i nomi da voi piamente raccolti in questa pubblicazione? Quanti mancano all'appello? Quanti gli altri morti nei campi nacisti, in Russia, Africa e Grecia? Quanti i dispersi in mare? Oggi li ricordiamo uniti nella preghiera, nel ricordo della sventura e del lutto dell'Istria tutta. Nike Clama ci ha ricordato in una efficace sceneggiatura la tragedia delle .foibe,, i morti delle voragirti, tragedia che nessuno ancora ha scritto o filmato. Rileggendo oggi il nome dei tanti parentMi caduti, ripenso a quelli della mia città natale, Rovigno, e dí tutti gli altri delle città e det borghi della nostra Penisola e rammento con nostalgia il decennio di attività costruiti-va vissuta in Istria, quando fra il 1931-40 percorrevo, giovane e fiducioso, le strade sassose, i campi ubertosi le rive smaglianti di una terra meravigliosa, tanto più bella quanto dolorosamente perduta. Fra le mete del mio servizio inibirlico certo le più gradite erano le puntate a Parermi, ad Alhona, a Brio rei e alle isole di Lussino e
Cherso; in ogni città o borgata festoso l'incontro di vecchi amici. Così anche a Parenzo gli abbonati al tele, no» erano amici miei e fra questi il mite dott. Calegaii, l'animoso farmacista Barbo, il nobile de Vergottini, nomi di patrioti infoibati non per il loro credo politico, ma soprattutto parche italiani--Oggi, scrive la vostra Lina Galli:
«Negli atri delle case — sono rimasti lacrime congelate
— parole bisbigli — e canzoni sotto i cornicioni — e sulle altane, — e preghiere intorno agli allori melodiosi.
— Nel bruire della pioggia
— si sciolgono in un tenue sussuro — come l'anima delle parole smarrite.»
Oggi i morti della grande tormenta sull'Istria tornano in benedetta memoria ad ammonirci di mestare uniti a difendere la storia e le opere della nostra civilissima terra italiana, ci incitano a vivere nella libertà e a difenderla; è un alto richiamo dei popoli alla saggezza ed alla pace. Il grido dei martiri non è spento, sale dalle voragini e dalle tombe senza croce e senza fiori. Liberati i corpi dai ceppi e dalla fragile mutilata carne, si eleva solenne il coro della speranza ed il messaggio ai vivi ancora gravati da croci e rimorsi; il loro canto è quello ancora di Nike Clama, oggi con loro, ed è anche il nostro unto di esuli: «Salve, o Croce, unica speranza».
GIANNI BARTOLI
(La Famiglia Parentina ha (allo stampare un opziscoletto, «Nel ventennio del martirio», coti tutti i nomi degli infoibati nel Comune di Parenzo negli anni 1943, '44, '45)
14 settembre 1943
11 RE giorni dopo, cioè il 14 settembre, l'Istria 0271t1meridionale cadde,
senza colpo ferire, in mano delle formazioni partigiane, composte da schiere di rurali mobilitati con i sistemi drastici e lineari a tutti noti. Quel giorno mi trovavo a Parenzo, ospite del sig. Enea de Sincich, e cosi potei esso re spettatore casuale dell'occupazione di quella città. Già nelle prime ore del mattino si sparse la voce che i partigiani avevano occupato i dintorni del paese e che il nucleo più consistente si trovava accampato nella pineta della Madonna del Monte e zone attigue. Questa notizia suscitò un grande fermento nella popolazione. Tutti si chiedevano preoccupati: Che cosa avverrà? Qualcuno prospettava timidamente la eventualità di resistere, ma la maggior parte degli elementi responsabili, considerata impossibile ogni resistenza dopo la dissoluzione delle forze armate, ripiegò sulla tesi di consegnare pacificamente la città alle forze partigiane. Per attuare questa decisione, i maggiorenti della città, tra cui si trovavano gli esponenti dell'antifascismo parentino, si rivolsero al vescovo mons. Radessi con il mandato di prendere contatto con le formazioni partigiane. L'incontro con il comando degli insorti ebbe luogo nella succitata pineta della Madonna del Monte, dove vennero statoilite le modalità della rxmsegna dei poteri.
Verso le Il vidi scendere per la Strada Grande Decumana una lunga fila di partigiani. In testa c'era il già nominato Gasparetto Xico vich, che marciava tutto impettito con la pistola nella destra sollevata e con la sinistra sul fianco. Lo stesso atteggiamento era tenuto da coloro che lo seguivano in fila indiana. Tutte le imposte delle finestre erano chiuse ermeticamente. Nella via non c'era anitra viva. Sul seldato risuonava ritmicamente il passo cadenzato della schiera avanzante verso il centro della città per prendere in consegna le caserme e le armi dei carabinieri e dei finanzieri.
Attraverso le persiane accostate del palazzo di Enea de Sincich ebbi la triste ventura di assistere alla sfilata degli occupatori di una delle più nobili e più graziose cittadine istriane. Non posso ridire ciò che provai in quell'istante. L'animo mio era turbato da oscuri presagi: la tragedia incombeva su Pa-rialzo e sull'Istria tutta. Nei giorni successivi i muri delle case vennero tappezzati di manifesti inneggianti alla fine della dominazione italiana. Quel giorno finiva di fatto la sovranità italiana sull'Istria e incominciava la dominazione balcanica che sovvertiva da cima a fondo l'ordine costituito. Per questo motivo la data del 14 settembre rimarrà scolpita a caratteri di fuoco e di sangue nella storia istriana.
GIOVANNI PALADIN (Da «La lotta clandestina di Trieste.)